Agilulfo morì a Milano nel 616. Seguirono i regni di Adaloaldo, Arioaldo e di Rotari

Da Re Agisulfo a Re Rotari

Agilulfo morì a Milano nel 616, dopo 25 anni di regno, primo re longobardo in Italia a morire di morte naturale. Seguirono i regni di Adaloaldo, Arioaldo e di Rotari

#Agilulfo, #Adaloaldo, #Arioaldo, #Rotari, #Longobardi, #altomedioevo

Adaloaldo

Il suo successore fu Adaloaldo, figlio di Agilulfo e di Teodolinda, fu il primo sovrano longobardo a essere battezzato secondo il rito cattolico nel 603.

Nel giugno 604, Adaloaldo fu associato al trono con una incoronazione avvenuta nel circo romano di Milano, a imitazione del cerimoniale bizantino. Agilulfo, infatti, mirava a creare una monarchia romanizzante e una propria dinastia.

Alla morte di Agilulfo, Adaloaldo divenne unico re, ma, essendo ancora minorenne, fu affiancato dalla madre Teodolinda, che esercitò la reggenza per alcuni anni e conservò una posizione autorevole anche in seguito. 

Alla maggiore età, Adaloaldo assunse i pieni poteri e assunse una politica filocattolica e filoromana. Nonostante la debolezza dei Bizantini, impegnati in quegli anni contro gli Avari e i Persiani, Adaloaldo puntò a una generale pacificazione con Ravenna e con Roma: un comportamento incomprensibile per i duchi longobardi, tutti di cultura militare, che accusarono il re di essere pazzo.

A capo della fronda si pose il cognato Arioaldo. Il conflitto esplose nel 624, e l'anno seguente il trono di Adaloaldo fu occupato da Arioaldo.

Adaloaldo morì nel 626, forse avvelenato. Al suo nome Adaloaldo è associata la Croce di Adaloaldo, secondo la tradizione donata dal papa Gregorio Magno per il suo battesimo.

la Croce di Adaloaldo

La Croce di Adaloaldo

Arioaldo

Arioaldo (o Ariovaldo) (... – 636) è stato re dei Longobardi e re d'Italia dal 626 al 636. Duca di Torino della stirpe dei Caupu, ariano, Arioaldo fu marito di Gundeperga, figlia di Teodolinda e del re Agilulfo.

Egli regnò sui Longobardi in un periodo, il secondo venticin­quennio del secolo VII, che rappresenta la fase meno conosciuta della storia longobarda

Durante gli ultimi anni di regno del predecessore Adaloaldo, suo cognato (figlio di Agilulfo e di Teodolinda, fratello di Gundeperga), guidò la fronda ariana ai tentativi di cattolicizzazione dei Longobardi condotti dalla regina madre Teodolinda, congiuntamente al figlio. Più che da motivazioni religiose, l'opposizione alla politica di Teodolinda derivava dalla conseguente rinuncia a ulteriori espansioni territoriali nelle aree italiane rimaste sotto controllo bizantino e rappresentate dal papa.

La rivolta esplose apertamente nel 624 e condusse rapidamente, tra il 625 e il 626, all'affermazione di Arioaldo, che fece tornare il regno sotto controllo ariano. Ciò provocò la preoccupazione di Papa Onorio I, che sollecitò un intervento dell'esarca bizantino contro il nuovo re. Di fatto, prese forma una congiura di palazzo, in cui era in qualche modo coinvolta la regina Gundeperga, appoggiata dal duca del Friuli Taso. Arioaldo sventò la congiura e relegò per qualche tempo la moglie lontano da Pavia, forse a Lomello.

In seguito, però, fece richiamare Gundeperga a corte e la reintegrò nella sua dignità. Ciò corrispondeva alla politica conciliante avviata da Arioaldo, che ristabilì relazioni amichevoli con papa Onorio e mantenne un atteggiamento di equilibrio fra cattolici ed ariani. 

Arioaldo appare nelle fonti del perio­do con una duplice fisionomia, anche all’interno della stessa fonte.

La Vita Sancti Columbani scritta da Giona a metà del secolo VII lo presenta in un caso con i tipici tratti negativi del barbaro ariano. Giona racconta l’episodio che aveva visto come protagonista un monaco di Bobbio, Bli­dulfo, che, inviato a Pavia, era stato vittima di un agguato da parte di un uomo di Arioaldo, che lo aveva pesantemente bastonato. L’intervento divino però aveva risanato il monaco e punito in modo atroce l’assali­tore, generando allo stesso tempo un superstizioso terrore in Arioaldo. Siamo di fronte ad una narrazione classica nel suo genere, nella quale il re è presentato nel suo ritratto immutabile di barbaro eversore del cristianesimo.

Nel capitolo precedente però Giona aveva raccontato una storia di­versa. Il vescovo di Tortona, Probo, voleva estendere il suo controllo sul monastero. Per ottenere questo, aveva cercato il sostegno degli altri vescovi dell’Italia settentrionale e, insieme con loro, aveva chiesto al re longobardo di intervenire. Il re però, che dal 626 era lo stesso Arioaldo che in precedenza aveva fatto bastonare il monaco, rispose dapprima di non poter intervenire in una materia che solo un sinodo poteva risolve­re e poi, prendendo posizione più chiaramente, di non poter favorire «qui adversum Dei famulum molestias vellint generare». Un comporta­mento esemplare, che banalmente potremmo pensare essere solo l’esito della pesante lezione ricevuta in passato; ma già l’ordine dell’esposizio­ne di Giona, che è l’inverso di quello nel quale ho presentato gli epi­sodi, sconsiglia questa lettura troppo facile. La realtà è che la figura di Arioaldo è più complessa.

Lo prova una lettera che nel 625 il papa Onorio scrisse all’esarca d’Italia Isacio chiedendogli di prendere severi provvedimenti contro «quosdam episcopos in Transpadanis partibus» (contro alcuni vescovi transpadani), i quali, dimentichi del giuramento fatto ad Agilulfo e poi a suo figlio Adaloaldo, appoggiavano contro quest’ultimo proprio il tyrannus Arioaldo.

Anche qui Arioaldo ha una doppia faccia: per il papa è un tiranno, nemico dei re cattolici amici della Chiesa; per alcuni vescovi padani al contrario è il candidato giusto da appoggiare nel momento in cui, con un colpo di mano, il gio­vane Adaloaldo e sua madre Teodelinda venivano allontanati dal trono, che era occupato con la forza proprio da Arioaldo. Ciò significa che quest’ultimo offriva maggiori garanzie ai vescovi padani, ossia ai leader della comunità romana dell’Italia settentrionale, cuore delle terre allo­ra occupate dai Longobardi: e dunque costoro lo riconoscevano come legittimo sovrano. Al contrario Onorio, dal suo lontano osservatorio ro­mano, rimaneva legato alla famiglia di Agilulfo e Teodelinda, genitori di Adaloaldo.

L’anno dopo la lettera di Onorio, Arioaldo si metteva contro gli stessi vescovi che lo avevano appoggiato.

 

Arioaldo riportò la capitale a Pavia e bloccò una invasione degli Avari in Friuli. Durante il suo regno crebbe l'influenza del vicino regno dei Franchi su quello longobardo. Il suo governo assicurò un periodo di tranquillità e consolidamento al regno, durato un decennio. Arioaldo morì nel 636.

Rotari

Rotari ascese al trono nel 636 alla morte di Arioaldo, del quale sposò la vedova Gundeperga, cattolica e portatrice del carisma dell'antica dinastia dei Letingi ereditato dalla madre Teodolinda.

Secondo la tradizione, alla morte di Arioaldo i duchi longobardi avrebbero incaricato Gundeperga di scegliere il nuovo re e sposo, secondo una modalità già applicata dalla monarchia longobarda con Rosmunda (che scelse Elmichi, peraltro rifiutato dalla maggioranza dei duchi) e Teodolinda (che scelse Agilulfo, questa volta con largo consenso). Anche la scelta di Gundeperga - presumibilmente pilotata dai duchi - ebbe successo. Rotari rinnovò pertanto la formula di un re ariano affiancato da una regina cattolica, che, dai tempi di Teodolinda, assicurava un sostanziale equilibrio nel Regno e una politica di tolleranza

Rotari condusse numerose campagne militari, che portarono quasi tutta l'Italia settentrionale sotto il dominio del regno longobardo. Ciò fu possibile in quanto l'Impero Bizantino attraversava una grave crisi interna, che lo distoglieva dall'Occidente.

Eraclio, imperatore bizantino, morì nel marzo del 641. Gli succedono i suoi figli Eraclio Costantino e Eracleona. Ma Eraclio morì quattro mesi dopo il padre. Forse avvelenato dalla matrigna Martina e da Pirro, patriarca di Costantinopoli che volevano al trono il figlio Eracleona. Il popolo si sollevò alla nuova situazione. Eracleona e Martina furono deposti dal trono, mutilati e cacciati in esilio. Pirro lasciò le vesti e fuggì.

Rotari, approfittando della crisi dell’Impero Bizantino, conquistò la Liguria (compresi il capoluogo Genova e Luni) e Oderzo.

Oderzo fu presa e completamente distrutta. L’ordine di re Rotari era di distruggere Oderzo fino alle fondamenta per vendetta dell’assassinio di Tasone e Cacone. Secondo il Dandolo, il vescovo di Oderzo fuggì e raggiunse un’isola della laguna veneta fondando Eraclea.

 

Tuttavia, neppure la schiacciante vittoria ottenuta sull'esarca bizantino di Ravenna, sconfitto e ucciso insieme a ottomila suoi uomini presso il fiume Panaro, fu sufficiente a sottomettere l'Esarcato.

La memoria di Rotari è legata soprattutto al celebre Editto, promulgato nel palazzo Reale di Pavia alla mezzanotte tra il 22 novembre ed il 23 novembre 643, con il quale codificò il diritto longobardo rimasto fino ad allora legato alla trasmissione orale.

I domini longobardi dopo le conquiste di Rotari

I domini longobardi dopo le conquiste di Rotari

 

 

 

Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858

Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Edizioni Studio Tesi, 1990

Stefano Gasparri, Il potere del re, Studi su istituzioni e società nel medioevo europeo, 2017.