Nel 610 la tranquillità del ducato longobardo in Friuli venne sconvolta dall’attacco degli Avari.

 

 

Nel 610 la tranquillità del ducato longobardo in Friuli venne sconvolta dall’attacco degli Avari.

Il rapporto fra Gisulfo II ed il re Agilulfo non doveva però essere dei migliori, infatti nel 610, il Khagan degli Avari (Cacano), alleato di Agilulfo, invase il ducato del Friuli mettendolo a ferro e fuoco. Il re non si mosse da Pavia lasciando il duca friulano a combattere da solo contro la marea a cavallo degli Avari. Molto probabilmente Agilulfo voleva liberarsi di un duca scomodo perché troppo forte e a capo di uno dei ducati più grandi e strategicamente importanti di tutto il regno. Gisulfo II marciò contro le orde avare e dopo una lunga battaglia venne sconfitto ed ucciso insieme al suo intero esercito

 

Gli  Avari  erano, secondo la teoria più accettata, un  popolo nomade di  lingua turcica, strettamente imparentato con i  Protobulgari, che si stabilì, fondando un proprio Stato, nell'area del  Volga  nel  VI secolo.

Gli Avari durante la grande migrazione svolsero un ruolo importante nella storia dei croati. Nella seconda metà del VI secolo si stabilirono alla foce del Danubio, e al servizio bizantino sconfissero gli Anti e gli Slavi che erano alleati. Nelle due campagne contro i Franchi, nel 562 e nel 565, arrivarono fino ad Albona (Labin), ma furono respinti dagli avversari.

Insieme con i Longobardi, nel 567 sconfissero i Gepidi, e dopo che i Longobardi nel 568 si trasferirono sulla penisola appenninica questi diventarono i padroni della Pannonia, soggiogando le tribù slave locali. Dopo la conquista della Pannonia, Bisanzio, minacciata dai Persiani, gli assegnò nel 574 una parte di Sirmia (Srem), ma essi, nel 582, occuparono Sirmio (l'antica Sirmium), città strategica per le irruzioni verso Costantinopoli. Nei decenni successivi gli Avari combatterono ripetutamente contro Bisanzio nei Balcani insieme alle tribù slave che avevano assoggettato, e con frequenti campagne saccheggiano i territori dei loro vicini a ovest (i Bavari e i Longobardi).

L’Istria nel 588 fu invasa, predata, ma non sottomessa dall’esercito di re Autari retto da Evino Duca di Trento. L’esercito era composto da Longobardi, Avari e Sclavi. Sclavi e Schiavoni ricomparvero nel 604 in Istria devastando parecchie città della Dalmazia. Questi popoli erano sudditi degli Avari.

 Morto il vecchio Cacano, col quale i Longobardi avevano concluso un trattato di perpetua amicizia ed alleanza, venne nominato un giovane successore. Il Muratori sottolinea che gli Avari chiamavano il proprio re Cacano, il termine significava proprio "re".

Il nuovo re degli Avari era un giovinastro con sete di gloria che non si ritenne obbligato ad osservare gli impegni del proprio predecessore. Pertanto riunì un esercito immenso e si diresse alla volta del Friuli.

Gisulfo II, duca del Friuli, cercò di fortificare i principali castelli del suo Ducato e di dare asilo agli abitanti delle campagne. Riunì tutti gli abili alla guerra e andò incontro al nemico ma venne sopraffatto e ucciso.  Caduto il capitano, i Longobardi sopravvissuti si diedero alla fuga.

Il rapporto fra Gisulfo II ed il re Agilulfo non doveva però essere dei migliori infatti, quando gli Avari invasero il ducato del Friuli mettendolo a ferro fuoco, il re non si mosse da Pavia lasciando il duca friulano a combattere da solo contro la marea a cavallo degli Avari.

Paolo Diacono racconta che Gisulfo e i suoi longobardi combatterono con grande coraggio, ma con pochi uomini contro un numero sterminato, alla fine, circondato da ogni parte, venne a morte con quasi tutti i suoi.

La moglie di Gisulfo, Romilda, si chiuse dentro le mura fortificate della rocca di Cividale, con i longobardi rimasti. Insieme a Romilda c’erano i suoi 8 figli: gli adolescenti Caccone e Tasone (Caco e Taso), i bimbi maschi Radoaldo e Grimoaldo, 4 figlie femmine di cui si ricorda Appa e Gaila.

Altri Longobardi si erano arroccati nei centri vicini: Cormons, Nimis, Osoppo, Artegna, Ragogna, Gemona e Invillino.

Nel frattempo gli Avari devastarono tutte le campagne del territorio di Cividale e iniziaro l’assedio di Cividale stessa.

A questo punto Paolo Diacono romanza un po’ l’accaduto.

Mentre il loro re, cioè il Cacano, cavalcava in armi con un grande seguito di cavalieri attorno alle mura, per esaminare da che parte potesse esser più facile penetrarvi, Romilda lo scorse dall’alto, e, vedendolo giovane vigoroso, da nefanda meretrice qual era, lo desiderò, e quindi gli fece sapere per mezzo di un messaggero che, se intendesse prenderla in matrimonio, gli avrebbe consegnato la città con tutti gli abitanti. Udendo ciò, il re barbaro le promise, con maligno inganno, che avrebbe fatto quanto ella chiedeva, e si impegnò a prenderla in matrimonio. Quella, allora, senza por tempo in mezzo, aprì le porte della rocca di Cividale, e fece entrare il nemico, per la rovina sua e di tutti quelli che c’erano.”

Entrati in Cividale, gli Avari saccheggiarono e bruciarono tutto e fecero molti schiavi. Uccisero tutti i Longobardi adulti e si divisero le donne e i bambini.

 

Qual'era quindi la situazione di Romilda?

Era l'unica autorità, l'unica difesa di un popolo formato da donne e bambini. Nessuna meraviglia che cercasse un accordo con il nemico, una resa quanto meno gravosa possibile. A quanto si deduce dalle parole dello storico cividalese, il Cacano degli Avari aveva promesso altre cose oltre il matrimonio (che d'altronde era frequentemente usato come elemento di stabilità dei patti stipulati anche tra ex-nemici): aveva promesso di non toccare la città e di riportare i Longobardi che si fossero arresi ai luoghi d'origine (dal che si vede che gli Avari avevano in mente di fare un'incursione, non un'occupazione di terre).

Il racconto di Paolo Diacono convince poco ed è scarsamente verosimile. Come se non bastasse, esistono ragioni per pensare che egli lo abbia gonfiato, se non addirittura inventato di sana pianta, per un interesse personale, ossia per riscattare la memoria di un suo antenato coinvolto nella ingloriosa caduta di Cividale sotto i colpi degli Avari.

Gli storici pensano che a Cividale si rifugiarono la vedova del duca, Romilda, e un certo numero di persone non combattenti, soprattutto donne e bambini; le speranze di resistere erano poche, stante la schiacciante superiorità del nemico; per cui ben presto la duchessa decise di intavolare delle trattative e di raggiungere una resa patteggiata, forse con la promessa di risparmiare il saccheggio alla città e la riduzione in schiavitù degli abitanti.

Invece gli Avari, una volta entrati in Cividale, non risparmiarono né cose, né persone; rubarono tutto ciò che trovarono, incendiarono la sventurata città e condussero via, come schiavi, perfino i figli di Romilda, quattro maschi e quattro femmine. I primi riuscirono a fuggire dalla Pannonia e a tornare in Friuli, le seconde si sottrassero allo stupro con un’astuzia.

La loro madre, comunque, subì la sorte peggiore: dopo essere stata torturata e violentata, a turno, da ben dodici guerrieri, venne impalata alla presenza del re nemico, Cacano, il quale, dopo averla posseduta per una notte, non si trattenne dallo schernirla con parole insultanti, mentre la condannava al tremendo supplizio.

Il racconto continua con il ritorno degli Avari nei propri territori e con il disegno di uccidere tutti i maschi maggiorenni. Accortisi di ciò, i quattro figli di Gisulfo, che erano fra i prigionieri, riuscirono a fuggire. Il piccolo Grimoaldo però fu raggiunto da un Avaro e ripreso; il ragazzo non si perse d’animo, uccise il suo carceriere e riuscì a riunirsi ai fratelli.

Le figlie di Romilda seppero riscattare l’onore delle donne longobarde, sottraendosi alle cupidigie degli Avari con uno stratagemma: nascosero, sotto le vesti, della carne di pollo che, putrefatta dal caldo, cominciò ad emanare un tale fetore da tener lontano il pretendente più acceso.

Da quel momento, tra gli Avari fu uso maledire le donne longobarde e di chiamarle con il nome di fetide e puzzolenti. Paolo Diacono scrive che, nonostante la fama, una delle figlie di Romilda fu data in sposa al Re degli Alamanni e un’altra al Principe di Baviera.

Cacano prese in sposa Romilda ma il giorno dopo venne impalata e uccisa.

 


La famiglia di Gisulfo II e Romilda. Clicca sull'immagine per ingrandire

 

 

Prospero Antonini, Friuli Orientale, 1865

Bernardino Zanetti, Del regno dei longobardi in Italia, 1753

Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Edizioni Studio Tesi, 1990