Dal Ducato del Friuli all'arianesimo, la coesione forzata e l'eredità di Alboino

 Il Ducato longobardo del Friuli

La complessa storia dei Longobardi in Italia, un popolo eterogeneo unito sotto la guida di Alboino. Il Ducato del Friuli, fondato da Alboino e affidato a Gisulfo I, e sulle sue trasformazioni territoriali. L'impatto dei Longobardi su Cividale, l'adozione dell'arianesimo e la loro struttura sociale e politica.

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Argomenti trattati

I Longobardi in Italia: un regno di identità diverse

   Le etnie dell’esercito Longobardo

   Il ducato del Friuli

   Quali furono le principali figure del Ducato del Friuli?

   Religione dei Longobardi e Politica interna 

  Cosa significa 'tertia barbarica'?



Le etnie dell’esercito Longobardo

L’esercito dei Longobardi, una delle più influenti popolazioni germaniche dell’Alto Medioevo, era un insieme eterogeneo di gentes che, pur mantenendo le proprie identità culturali e biologiche, si unirono sotto la guida di Alboino nella conquista dell’Italia. Tra queste gentes, i Sassoni si distinguevano per la loro ferocia in battaglia e per la capacità di mantenere la propria identità culturale. Altri gruppi come gli Svevi, noti per la loro abilità nella lavorazione del ferro, i Gepidi, famosi per la loro cavalleria, i Burgundi, conosciuti per le loro leggi sofisticate e la produzione di vino, i Turingi, distinti nell’artigianato, e i Rugi, contribuivano con la loro forza lavoro e competenze militari.

Il concetto di gens, in questo contesto, si riferisce a un popolo unito non solo da legami biologici ma anche da un patrimonio culturale condiviso che lega i suoi membri.

Nel Friuli, in particolare a Cividale, si stabilì il primo Ducato creato dai Longobardi, che divenne uno dei più influenti dell’intero regno. La storia del Friuli durante l’Alto Medioevo è strettamente legata a quella dei Longobardi in Italia, come testimoniato da Paolo Diacono, storico longobardo che documentò la storia del suo popolo.

La diversità delle gentes non solo non impedì la formazione di un regno duraturo, ma contribuì alla ricchezza culturale del regno longobardo. Questa fusione di culture diverse creò un tessuto sociale complesso e resiliente che permise ai Longobardi di prosperare in Italia per secoli.

Durante le migrazioni e gli scontri con l’Impero Romano, l’elemento chiave di coesione per le varie gentes barbariche era l’organizzazione attorno al re e all’esercito. L’esercito di Alboino, quindi, era composto da diverse gentes che collaboravano strettamente grazie alle vittorie militari e alla divisione del bottino. Tuttavia, alcuni ricercatori sostengono che la morte violenta di Alboino e, in seguito, quella di Clefi, riflettano il fallimento di una politica mirata a mantenere unita una realtà priva di legami culturali e biologici profondi.

L’eterogeneità dell’esercito longobardo, tuttavia, non impedì la formazione di un regno duraturo. Al contrario, la diversità delle gentes contribuì alla ricchezza culturale del regno longobardo, come dimostrato dalla varietà di influenze presenti nell’arte, nella legislazione e nelle pratiche sociali. Questa fusione di culture diverse, pur mantenendo ciascuna la propria identità, creò un tessuto sociale complesso e resiliente che permise ai Longobardi di prosperare in Italia per secoli.

La storia dell’esercito longobardo e delle sue etnie è un esempio di come le migrazioni e le conquiste possano portare alla nascita di nuove identità collettive, dove la diversità non è un ostacolo, ma una fonte di forza e innovazione.

Le caratteristiche distintive delle gentes che componevano l’esercito longobardo erano molteplici e variavano da gruppo a gruppo. Ecco alcune delle loro peculiarità:

  • Arimanni: Erano uomini liberi e addestrati alle armi, formavano il nucleo dell’esercito longobardo. Si organizzavano in gruppi familiari chiamati fare.
  • Sassoni: Noti per la loro ferocia in battaglia e per la capacità di mantenere la propria identità culturale nonostante l’integrazione con i Longobardi.
  • Svevi: Un popolo germanico conosciuto per la loro abilità nella lavorazione del ferro e nella costruzione di armature.
  • Gepidi: Famosi per la loro cavalleria e per essere stati una delle gentes più influenti prima di unirsi ai Longobardi.
  • Burgundi: Avevano un’organizzazione sociale complessa e erano noti per le loro leggi sofisticate e per la produzione di vino.
  • Turingi: Distinti per la loro abilità nell’artigianato, in particolare nella tessitura e nella lavorazione dei metalli.
  • Rugi: Meno noti, ma contribuivano con la loro forza lavoro e competenze militari all’esercito longobardo.

Ogni gens aveva un ruolo e una funzione all’interno della società longobarda, contribuendo con le proprie tradizioni e competenze alla forza complessiva dell’esercito.

Il ducato del Friuli

Il Ducato del Friuli nacque sotto l’egida di Alboino, re dei Longobardi. Nel 569, il Ducato venne affidato a Gisulfo I, il cui nome sarebbe divenuto sinonimo di saggezza e forza.

Il tessuto del Ducato era intessuto dai quattro municipi: Forum Iulii, oggi Cividale, la culla della cultura; Aquileia, con le sue radici che affondano nella storia; Iulium Carnicum, o Zuglio, il baluardo montano; e Concordia, la sentinella del Livenza e del Timavo. Insieme, formavano un mosaico di terre che si estendeva sotto un’unica visione.

Le terre del Ducato non rimasero immutate, poiché l’ambizione e la necessità portarono all’annessione di Carnium (l’odierna Kranj) e l’occupazione della penisola istriana dal 751 al 774.

Le maggiori conseguenze territoriali derivanti dalla dominazione longobarda nella regione dell’Alto Adriatico furono lo smembramento della X Regio Venetia et Histria e la separazione dell’area costiera da quella immediatamente interna di terraferma che verrà ricompattata solo con la dominazione veneta.

Confini del ducato longobardo del Friuli (580-774).

Confini del ducato longobardo del Friuli (580-774). Clicca sulla figura per ingrandire.

 

Il duca Gisulfo cominciò subito ad assicurare la sua supremazia sulla città e sul territorio circostante. Iniziò quindi la conquista di città vicine e Paolo Diacono ci racconta che si fortificarono a Cormons, Nimis, Osoppo, Artegna, Ragogna, Gemona e Invillino

Alcuni di questi centri vantavano già una storia precedente.

Tutti questi centri contribuirono a formare un vero e proprio confine fortificato ognuno dei quali controllava una via di comunicazione che permetteva l’arrivo in Italia attraverso le Alpi: Cormons controllava la via del Pons Sonti , la stessa che avevano utilizzato i Longobardi, Nimis vigilava la strada pedemontana che congiungeva Cividale ad Artegna la quale, assieme a Gemona, padroneggiava le strade verso il Norico attraverso la valle del Fella e Monte Croce Carnico ; Osoppo e Ragogna controllavano la strada del Tagliamento e, infine, Invillino sbarrava le via della Mauria e della valle del Degano.


Le città fortificate da Gisulfo.

Le città fortificate da Gisulfo. Clicca sull'immagine per ingrandire

 

Quali furono le principali figure del Ducato del Friuli?

Le principali figure del Ducato del Friuli, che fu uno dei più influenti ducati longobardi, includono:

Gisulfo I: Il fondatore del Ducato, nominato da Alboino nel 569 e noto per la sua saggezza e forza.

Gisulfo II: Ricordato per la sua valorosa resistenza contro un’invasione degli Avari.

Caco e Tasone: I due fratelli ricercarono un'alleanza con i bizantini.

Astolfo: Un altro duca che aspirò e ottenne il trono di Pavia.

Rotgaudo : L’ultimo duca longobardo noto, che regnò fino al 776.

Questi duchi non solo governarono il Ducato del Friuli, ma alcuni di loro ebbero anche un impatto significativo sulla politica italiana dell’epoca.

Religione dei Longobardi e Politica interna

Nel momento in cui i Longobardi si insediarono a Cividale cercarono di non alterare completamente l’amministrazione già radicata in questa città. Essi si riservarono per il loro sostentamento un terzo delle terre (la cosiddetta tertia barbarica) così da mantenere il sistema catastale adottato dai Romani.

Per quanto riguarda la religione, invece, inizialmente conservarono le loro usanze pagane ma conservando un atteggiamento di tolleranza verso il cristianesimo. Già con il re Alboino, però, la popolazione cominciò la conversione all’arianesimo, almeno negli ambienti aristocratici.

Il popolo che entrò in Italia attraversando le Alpi Giulie portava con sé un patrimonio religioso complesso e per molti versi contraddittorio.

Le prime informazioni sulla loro fede religiosa sono singolarmente incerte, tanto da far pensare che avesse ragione la storiografi a classica, la quale sosteneva la sostanziale indifferenza dei Longobardi rispetto al cristianesimo. La famosa ambasceria inviata nel 548 dal re dei Longobardi

Audoino a Giustiniano per chiedere l’aiuto bizantino contro i Gepidi, un’altra stirpe germanica loro rivale nella regione balcanica, indicava esplicitamente che i Longobardi erano cattolici: era infatti questo uno dei motivi che, secondo gli ambasciatori di Audoino, doveva portare l’imperatore a scegliere, fra i due contendenti, i Longobardi, giacché essi “fin da principio” avevano condiviso la fede dei Romani, al contrario dei Gepidi che erano ariani.

Venti anni dopo, al momento dell’invasione dell’Italia, essi professavano l’arianesimo.

Può essere che nel cambio di confessione religiosa abbia giocato un ruolo la volontà da parte di Alboino di rivendicare l’eredità del regno goto in Italia, in quanto egli era figlio di una nipote della sorella del grande re ostrogoto Teodorico e di conseguenza era imparentato con gli Amali.

Per questo motivo, Alboino avrebbe convocato l’assemblea generale dell’esercito, per decidere la partenza per l’Italia, nella Pasqua del 568, ossia nel momento dell’anno nel quale gli ariani praticavano il battesimo.

Nel 552 ci fu l’allontanamento dei Longobardi dall’impero.

Ne conseguì un avvicinamento dei Longobardi ai Franchi, allora in rotta di collisione con Bisanzio, con il matrimonio di Alboino con la franca regina Clodosvinta.

La realtà è che Alboino molto probabilmente era pagano. Per essere più precisi, alla sua corte si praticavano rituali pagani connessi alla sfera della guerra e del potere, dei quali conosciamo quello legato alla coppa ricavata dal cranio del re dei Gepidi, Cunimondo, sconfitto e ucciso dallo stesso re longobardo: sullo sfondo del rito c’era l’idea che fosse possibile impossessarsi della forza del potente nemico ucciso tramite il taglio e la conservazione della sua testa.

Dal canto suo, Papa Gregorio I racconta di pratiche religiose di gruppi di guerrieri longobardi, basate su danze sacre e adorazione di teste di capra, che potrebbe forse essere ricollegate a rituali antichi.

I Longobardi della fine del VI secolo molto probabilmente costituivano ancora un gruppo chiuso nei confronti della popolazione indigena. Raggruppati nelle fare, i grandi gruppi familiari che quasi certamente costituivano la base stessa della loro organizzazione militare, essi erano stanziati nelle città come nelle campagne, in mezzo alla popolazione romana che dominavano e sfruttavano.

Al contrario, le popolazioni cittadine dovrebbero aver sempre mantenuto (il condizionale è d’obbligo, vista la precarietà delle fonti) una maggiore libertà individuale e collettiva. Le città stesse, dal canto loro, pur senza dubbio trasformate nel loro assetto urbanistico e con una popolazione più ridotta, non persero affatto la loro centralità politica, sociale, religiosa, militare all’interno delle regioni occupate dai Longobardi.

Al duca appartenevano le terre che aveva conquistato, sempre però sotto l’alto dominio del re, che poteva ordinarne la restituzione.

Dipendevano dal duca i sculdasci.  Lo sculdascio (in longobardo skuldheis "comandante ai debiti") era un funzionario. Il termine deriva dall'antico germanico Skuld ("debito") e heyssen ("imporre"). Sembrerebbe che almeno inizialmente si trattasse quindi di un magistrato (Iudex aut sculdahis è una formula molto frequente) che si occupava di cause civili, soprattutto relative alla stipula e ai contenziosi sui debiti. Le Leges langobardorum lo citano (tit.100) in questa capacità:

«Se un uomo libero, che sia debitore di qualcuno, non abbia beni di alcun genere, né un cavallo addestrato, né bovi da aggiogare o mucche da mungere, allora colui che vuole riscuotere il suo debito vada dallo sculdascio e intenti la sua causa»

Liutprando, nella sua opera di riordino amministrativo del regno, affidò allo sculdascio l'amministrazione della giustizia nei villaggi, comunque sottoposto agli iudices, i funzionari di grado superiore (duchi e gastaldi). Le funzioni dello sculdascio non sembrano essere state limitate all'ambito giudiziario ma, probabilmente, aveva anche un rango militare.

 

Cosa significa 'tertia barbarica'?

Il termine “tertia barbarica” si riferisce a una pratica adottata dai Longobardi, e più in generale dai popoli germanici, durante il periodo delle invasioni barbariche nell’Impero Romano. Quando i Longobardi conquistarono nuove terre, si riservarono un terzo (tertia) di queste terre per il sostentamento delle loro truppe. Questa quota di terra era destinata al mantenimento dei guerrieri e delle loro famiglie e rifletteva una sorta di sistema tributario che permetteva ai conquistatori di sostenersi senza distruggere completamente l’ordine economico esistente. In questo modo, i Longobardi integravano la loro economia con quella romana, preservando una parte dell’amministrazione e del sistema catastale romani.

 

 

Regione Storia FVG 

Girolamo G. Corbanese, Il Friuli, Trieste e l'Istria. Dalla preistoria alla caduta del patriarcato d'Aquileia

Stefano Gasparri. Culture barbariche, modelli ecclesiastici, tradizione romana nell’Italia longobarda e franca RM Reti Medievali Estratto da Reti Medievali Rivista, VI - 2005/2 (luglio-dicembre)

Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858

Andrea Galletti, Visti da fuori. La rappresentazione dei Longobardi nelle narrazioni del regno dei Franchi., Università di Bologna, 2016

 Stefano Gasparri, I barbari, l'impero, l'esercito e il caso dei Longobardi, in Civitas, Arma, Iura. Organizzazioni militari, istituzioni giuridiche e strutture sociali alle origini dell'Europa (secc. III-VIII), ed. Carlo Botta e Luca Loschiavo, Lecce 2015, pp. 91-102

Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Edizioni Studio Tesi, 1990

 

 

 



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