Il cataclisma del 589 d.C. tra cronaca apocalittica, fiumi impazziti e geopolitica barbarica

Nel 589 la Rotta della Cucca devastò il Veneto (RDM-AI05_26)
Nel 589 la Rotta della Cucca devastò il Veneto: l’Adige cambiò corso, paludi e profughi trasformarono il territorio e favorirono la nascita di Venezia.
Il 17 ottobre 589 d.C. il territorio veneto fu colpito dalla "Rotta della Cucca", un'alluvione di proporzioni epiche descritta dalle cronache dell'epoca – come la Historia Langobardorum di Paolo Diacono – come un vero e proprio diluvio "noetico". L'Adige ruppe gli argini a Veronella, provocando distruzioni massicce da Verona fino alla laguna. Il disastro modificò permanentemente l'idrografia della regione: l'Adige cambiò corso abbandonando Este, il Mincio fu deviato e, in Friuli, fiumi come il Tagliamento e l'Isonzo mutarono i propri letti. Sfruttando la catastrofe, i Longobardi scelsero deliberatamente di non ripristinare gli argini per mantenere i confini paludosi a danno dei Bizantini. Questo isolamento forzato spinse masse di profughi a rifugiarsi nelle paludi costiere, accelerando in modo determinante la nascita di Venezia.
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La rotta della Cucca
La "Rotta della Cucca" si riferisce a una catastrofica inondazione avvenuta nel territorio veneto il 17 ottobre 589 d.C. L'evento prende il nome dalla località di Cucca, l'attuale Veronella, situata a circa 35 km a sud-est di Verona, dove la tradizione vuole che l'Adige ruppe gli argini
Secondo le fonti storiche, l'evento ebbe portate e conseguenze epocali:
Un diluvio "noetico": Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum, descrisse l'evento come un "diluvio d'acqua che si ritiene non sia più accaduto dai tempi di Noè". Lodovico Muratori, negli Annali d'Italia, lo definì allo stesso modo apocalittico, riportando che l'Adige a Verona crebbe a un'altezza smisurata
Distruzioni massicce: L'inondazione distrusse parte delle mura di Verona, cancellò strade, sentieri e interi campi, portando alla distruzione di borgate e alla morte di numerosi uomini e animali nel basso Veneto. Furono particolarmente colpiti il basso padovano, il polesine e i territori affacciati sulla laguna
Dai scritti storici
Negli Annali d’Italia, Lodovico Muratori descrive l’evento come apocalittico. Infatti riporta che nel mese di novembre il Tevere crebbe fino ad allagare tutta Roma, molte case crollarono e furono persi molti granai.
Anche Giacomo Filiasi racconta che ci fu un terribile diluvio sulle Venezie.
“Crebbero tutti i fiumi così stranamente, che la piana, e bassa Venezia fu tutta subissata. Rimasero distrutte borgate intere, ed annegati uomini, ed animali, furono distrutte le pubbliche strade, e cancellati campi. L’Adige in Verona crebbe ad una smisurata altezza, e fu allora che questo fiume mutò corso, e più non andò ad Este come prima. I Longobardi Padroni dell’alta Venezia non curarono più di chiudere gli aperti argini de’ fiumi, per danneggiare appunto la bassa Venezia da’ Greci posseduta ”
Furono distrutti il basso padovano, il polesine e tutti i territori che davano sulla laguna.
Secondo la cronaca tramandata da Paolo Diacono:
“ In quel tempo ci furono piogge torrenziali nel territorio delle Venezie e della Liguria, e nelle regioni d’Italia, quali si crede non siano mai cadute dal tempo di Noè. Si verificarono smottamenti di terreni e di fattorie, e perirono molti uomini e animali. Si cancellarono dei percorsi, scomparvero delle vie, e il fiume Adige crebbe tanto che l’acqua toccò le finestre superiori della basilica del beato Zeno martire, che è situata fuori le mura della città di Verona: eppure non ne entrò per niente nella basilica. Come scrisse il beato Gregorio, poi papa. Le mura stesse della città di Verona subirono crolli parziali per causa di quell’inondazione. Anche una parte delle mura della stessa città di Verona fu distrutta dall'inondazione. Ciò successe il 17 ottobre. E ci furono tanti tuoni e fulmini quanti capitano di solito in tempo d’estate. […] ” (Historia Langobardorum Liber III, 23)
Conseguenze idrografiche permanenti
L’alluvione causò uno sconvolgimento radicale dell'assetto dei fiumi della regione:
Cambiamento del corso dell'Adige: Prima del 589, il fiume passava per Montagnana ed Este; dopo la rotta, deviò a sud attraverso Legnago, seguendo secoli dopo l'antico corso del canale Chirola.
Il Mincio e il Tartaro: Il fiume Mincio deviò a sud diventando un tributario del Po, perdendo la sua funzione di via navigabile dal Garda al mare, il che contribuì al declino del porto di Adria. Il Tartaro contribuì alla formazione di vaste aree paludose.
Il Tagliamento: In Friuli, l'alluvione causò la separazione del Tagliamento dal Meduna e la scomparsa di alcuni rami minori del fiume I due rami (maggiore e minore) del Tagliamento si unirono, mentre il Meduna divenne affluente del Cellina ed il Reghena sarebbe andato a confluire nel Lemene.
Per la grande quantità di piogge cadute franò una parte del monte Matajur. Questo avvenne nei pressi di Staro Selo (in Slovenia). Si dice che allora il fiume Isonzo fosse un affluente del Natisone e questa frana bloccò il corso dell'Isonzo che da allora cambiò completamente strada diventando un fiume a sè.
Secondo il Ciconi, potrebbe essere stato il grande diluvio del novembre 589 a provocare tante deviazioni di fiumi e tante devastazioni, a spingere l'Isonzo più a occidente e a raccogliere il Torre e il Natisone, che conseguentemente abbandonarono l'antico letto vicino ad Aquileia per spostarsi più a levante.
Contesto politico e nascita di Venezia
L'evento ebbe anche un forte risvolto geopolitico legato all'invasione dei Longobardi:
Strategia militare: Gli storici riportano che i Longobardi, padroni dell'alta Venezia, non curarono il ripristino degli argini per mantenere i territori di confine paludosi, danneggiando così la bassa Venezia controllata dai Bizantini ("Greci") e isolando città come Padova.
La nascita di Venezia: L'alluvione, unita alla successiva pressione militare longobarda, spinse masse di profughi a rifugiarsi nella Laguna di Venezia. Questo incremento esplosivo della popolazione lagunare è considerato un fattore determinante per la creazione dello Stato veneziano.
Opinioni attuali
Andrea Castagnetti nella sua opera "La pianura veronese nel medioevo" , definisce il luogo e l'anno precisi della rotta (589 d.C.) come "fragili ipotesi". Egli sostiene che il mutamento del corso dell'Adige e degli altri fiumi non sia avvenuto in un solo istante, ma sia stato il risultato di un lungo periodo (oltre un secolo) in cui i fiumi corsero disarginati a causa del degrado del sistema idraulico dopo la caduta dell'Impero Romano sia a un generale peggioramento delle condizioni climatiche avvenuto a livello globale tra il VI e l'VIII secolo, che portò al parziale scioglimento dei ghiacciai e un aumento delle precipitazioni con conseguente
La revisione del racconto tradizionale: Gli storici moderni ritengono che la narrazione di un singolo diluvio "noetico" o apocalittico fatta da Paolo Diacono (nella sua Historia Langobardorum) e da Papa Gregorio I (nei Dialogi) risponda più a una necessità di interpretazione religiosa e morale dell'epoca (il disastro come "messaggio celeste") che a una realtà fisica di sconvolgimento istantaneo
Andrea Guereschi conferma che, sebbene l'evento del 589 sia stato il maggiore, occorrerebbe parlare di una serie di eventi causati sia da mutamenti climatici che dalla mancanza di manutenzione delle arginature romane durante le guerre tra Longobardi e Bizantini
Dopo il diluvio la pestilenza
Le calamità non erano finite. Nel 590 sopraggiunse una pestilenza che uccise molte persone. La pestilenza fu devastante soprattutto a Roma facendo una vittima illustre: l’8 febbraio moriva papa Pelagio II. Al suo posto venne eletto Gregorio I.
Nel 591 ci fu una grave siccità, da gennaio a settembre non piovve e ci furono dei scarsi raccolti. Nel territorio di Trento ci fu una invasione di locuste che divorarono tutte le foglie ma, fortunatamente, lasciò intatto il grano. Nel 592 questo flagello si ripresentò.
Quello stesso anno ci fu anche una terribile peste, la quinta ripresa epidemica della peste bubbonica giustinianea, specialmente a Ravenna e in Istria. Anche Grado fu colpita duramente dalla peste.
Per quanto riguarda la peste, ancora una volta le regioni interessate si sovrappongono in parte alle precedenti; si rileva una caratteristica comune in tutti questi episodi: la peste “corre sui mari e sbarca nei porti” (Marsiglia, Ostia, Ravenna, Costantinopoli) penetrando poi verso l’interno seguendo il corso dei fiumi.
In quel momento storico l’Europa risultava scarsamente popolata, con ampie zone interessate da boschi e da terreni semipaludosi, le comunicazioni scarse, pertanto la diffusione della peste verso il Nord e centro Europa si autodelimitò.
Lodovico Antonio Muratori, Annali d’Italia
Giacomo Filiasi, Saggio sopra i veneti primi, tomo II, 1781
Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858
Sergio Sabbatani, Roberto Manfredi, Sirio Fiorino, La peste di Giustiniano (parte prima), Le Infezioni in Medicina, n. 2, 125-139, 2012
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Edizioni Studio Tesi, 1990
Antonio Brambati, “Modificazioni costiere nell'arco lagunare dell'Adriatico Settentrionale” in: “Antichità Altoadriatiche XXVII (1985). Studi su Portogruaro e Concordia”, EUT Edizioni Università di Trieste,Trieste, 1985, pp. 13-47
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