Pemmone governò il Ducato del Friuli dal 710 fino al 737.

 Il ducato di Pemmone e la vittoria contro gli Slavi a Lauriana

 

In questa epoca sembra che il Ducato del Friuli abbia un’unica città, Forogiulio (Cividale). Pemmone governò il Ducato del Friuli dal 710 fino al 737. Nel 717, in Friuli, ci fu l’invasione degli Slavi. Le tensioni con il patriarca di Aquileia Callisto e la deposizione di Pemmone. Al ducato successe il figlio Rachis.

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In questa epoca sembra che il Ducato del Friuli abbia un’unica città, Forogiulio (Cividale).

Aquileia e Concordia, anche se decadute, appartengono alla Ducea Forogiuliese, come pure Giulio Carnico. Appartiene al  Ducato anche il circondario di Opitergio (Oderzo), assegnato dal re Rotari al Forogiulio.

Alla morte di Ferdulfo, fu nominato duca Corvolo ma resse il ducato per poco tempo: venne infatti condannato all'accecamento per aver offeso re Ariperto II.  Venne sostituito dal fedele Pemmone.

Pemmone governò il Ducato del Friuli dal 710 fino al 737.

Originario di Belluno, figlio di un certo Billone e discendente dalla nobile famiglia Remona, detta poi della Pietra. Pemmone si rifugiò nel Friuli per motivi politici.

Dalla moglie Ratperga ebbe tre figli: Ratchis, Ratchait e Astolfo, il primo e il terzo dei quali divennero a loro volta duchi del Friuli e re dei Longobardi.

Giunto al potere poco dopo la disfatta militare e la morte del duca Ferdulfo, con il quale era perita tutta la nobilitas Foroiulianorum, come molti suoi predecessori anche Pemmone dovette combattere gli Slavi cui inflisse una sconfitta decisiva a Lauriana, probabilmente nell’alta valle della Drava, grazie alla quale riuscì a stipulare la pace e a stabilizzare i confini. 

Si narra che quando Pemmone venne nominato duca decise di accogliere tutti i figli dei nobili morti nella battaglia contro gli Slavi e li fece crescere come fossero suoi.

Nel 717, numerosi Slavi invasero il Friuli e si accamparono in un luogo chiamato Lauriano (si pensa che sia stato l’attuale Lavariano, frazione di Mortegliano).

 Pemmone li attaccò con il suo esercito, di cui il grosso delle truppe era costituito dai figli ormai cresciuti dei guerrieri longobardi caduti che il duca aveva riunito presso di sé e allevato insieme ai suoi figli.

 Il grosso delle truppe di Pemmone era costituito dai figli ormai cresciuti dei guerrieri longobardi caduti che il duca aveva riunito presso di sé e allevato insieme ai suoi figli; egli istituì tra loro una solidarietà quasi parentale che portò alla formazione di un potente blocco aristocratico saldamente impiantato su di una base territoriale regionale, ma che in seguito mosse alla conquista del potere centrale (Historia Longobardorum, VI, 24 e 26).

«Il duca li attaccò per tre volte con quei giovani, e li vinse facendo grande strage di loro. Della parte dei Longobardi, in quella battaglia, non morì nessuno, eccetto Sigualdo, che era già molto avanti nell’età, e che aveva perso due figli nella battaglia presedente, avvenuta sotto Ferdulfo(Historia Longobardorum, VI, 45).

«Pemmone, dopo aver abbattuto molti nemici, per timore di perdere qualcun altro dei suoi nello scontro, fece sul posto stesso un patto di pace con quegli Slavi, che, da quel momento, cominciarono a temere sempre più le armi dei Friulani»(Historia Longobardorum, VI, 45).

Le tensioni con il patriarca di Aquileia e la deposizione di Pemmone

Nel frattempo, era morto, circa nell'anno 715, il patriarca aquileiese Pietro e a lui era succeduto Sereno che fu un uomo semplice e al servizio di Cristo.

A Sereno subentrò, prima del 734, Callisto, arcidiacono della Chiesa di Treviso. Callisto aveva un temperamento battagliero, dopo aver promesso di rispettare i diritti del patriarca gradese, osò occupare Centenara e Musione, impossessarsi di S. Maria di Barbana, antichissimo monastero che da tempo apparteneva alla Chiesa di Grado.

Papa Gregorio gli impose di restituire quanto aveva usurpato, ingiungendogli di non molestare più quel patriarca.

Fu forse allora che considerò la presenza del vescovo di Iulium Carnicum (Zuglio Carnico), Amatore, che viveva a Forum Iulii.

I duchi che precedettero Pemmone avevano accolto il vescovo di Iulium Carnicum, Fidenzio, essendo quella città poco sicura a causa delle continue scorrerie degli Avari e degli Slavi. I patriarchi aquileiesi, invece, si erano ritirati da Aquileia a Cormons, a causa delle incursioni bizantine. Per un periodo di tempo, quindi, Cividale fu la sede vescovile dei vescovi di Zuglio.

Callisto, titolare della cattedra di Aquileia, risiedeva a Cormons a causa dell'eccessiva vulnerabilità della sede patriarcale agli attacchi dei Bizantini e valutò sconveniente che un altro vescovo si insediasse nella capitale ducale: Cormons infatti era una sede non prestigiosa per il patriarca, mentre un vescovo a lui subordinato frequentava la corte ducale e i nobili longobardi a Cividale. 

Callisto non riteneva giusto che un vescovo suffraganeo risiedesse nella capitale del ducato, mentre il patriarca di Aquileia era costretto nel castrum di Cormons. Callisto decise di prendere di persona possesso della sede vescovile forogiuliese approfittando, sembra, di una temporanea assenza di Pemmone.

Scacciò quindi Amatore e si insedio nella sua residenza a Cividale. 

Pemmone e i nobili longobardi della corte non accettarono la risoluzione patriarcale.

Pemmone procedette contro Callisto, imprigionandolo sotto dure condizioni nel castello di Pozio (forse l'attuale Duino). 

Nella contesa intervenne allora re Liutprando, che si adirò contro il duca e lo privò del titolo, affidandolo al maggiore dei figli di Pemmone, Ratchis

Pemmone decise di fuggire nella terra degli Slavi, ma Ratchis riuscì a intercedere presso il re per far avere udienza al padre. 

Liutprando mise i tre figli di Pemmone dietro al trono e da qui ordinò l'arresto dei collaborati di Pemmone.  Astolfo, adirato, fece per estrarre la sua spada, ma Ratchis lo fece desistere.

Al ducato quindi gli successe il figlio Rachis.

Mentre i nobili venivano arrestati, uno di essi, di nome Erfemar, sfoderata la spada riuscì a farsi largo e a raggiungere la basilica di S. Michele, ottenendo poi la grazia reale. Gli altri, invece, sopportarono per lungo tempo il carcere.

Che Pemmone fosse stato un ottimo duca (Paolo lo dice chiaramente, definendolo ingeniosus et utilis patriae).

Callisto, dopo essere stato liberato, ritornò a Cividale ponendo nella capitale del ducato la sede patriarcale.

Il vescovo Amatore ritornò nell'antica sede di Zuglio.

Pemmone morì intorno al 738.

 

 

 

Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858

Treccani, PEMMONE, duca del Friuli

Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Edizioni Studio Tesi, 1990

Mario Brozzi, I duchi longobardi del Friuli, Memorie storiche forogiuliesi, 1972, vol 52, 11-32