La flotta genovese vicino a Chioggia

La flotta genovese vicino a Chioggia (DMR-AI01_26)

Chioggia vive giorni d’angoscia: la famiglia di Ugolino nasconde i beni, Venezia è isolata, i rinforzi non bastano e la città cade in un assedio soffocante.

L’episodio precedente…. Attraverso gli occhi di Leonardo,  si vive i momenti drammatici che precedettero l'assedio di Chioggia durante la guerra di Venezia contro Genova. Tra la nebbia fitta della laguna, Leonardo sceglie di restare a difesa della sua città mentre mette in salvo i suoi compagni verso l'Arsenale di Venezia. La risolutezza della moglie Lucia e il dolore del vecchio padre Ugolino, tormentato dal destino dei figli dispersi in mare. Quando le campane annunciano l'arrivo della flotta di Pietro Doria, la guerra cessa di essere un evento politico per diventare una tragedia intima e personale.

 

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Episodio 15. Chioggia nell'Occhio della Tempesta

Le settimane scivolarono via una dopo l’altra, lente e viscose come il fango delle basse maree, mentre un’ombra sempre più densa si allungava sulla laguna. Da Venezia giungevano notizie frammentarie, portate da messaggeri sfiniti e marinai in fuga su barche di fortuna; erano voci che correvano di bocca in bocca tra le calli di Chioggia, gonfiandosi e trasformandosi in un coro di sventure.

Non si trattava più di semplici sussurri scambiati sul sagrato delle chiese, ma di grida soffocate che parlavano di una catastrofe ormai imminente: si diceva che la Serenissima stessa fosse cinta d'assedio, che il pane iniziasse a scarseggiare e che l’orgogliosa Repubblica stesse trattenendo il respiro, con il cuore che batteva al ritmo delle minacce nemiche. Ogni nuova notizia era una spina piantata nel fianco degli abitanti di Chioggia, un presagio oscuro che trasformava l’arrivo dei Genovesi da temuta ipotesi in una certezza ineluttabile. La tempesta non era più all'orizzonte; era già lì, pronta a infrangersi sulle loro vite.

 

L'aria in cucina era diventata pesante, quasi irrespirabile, carica di un'attesa che toglieva il fiato. Nonostante il fuoco scoppiettasse nel focolare, il suo calore non riusciva a scalfire il gelo sottile che ognuno portava nel cuore.

Con i bambini finalmente scivolati nel sonno, la casa stessa sembrava aver smesso di respirare, ammantata in un silenzio innaturale. In quel vuoto restava spazio soltanto per i sussurri concitati e lo scambio di sguardi di chi, nel profondo, sentiva che il tempo della tregua era ormai scaduto e che ogni parola spesa poteva essere l'ultima prima della tempesta.

Ugolino srotolò una vecchia pianta del magazzino sul tavolo di legno, appiattendo la pergamena ingiallita con i palmi delle mani, quasi cercasse di tenere fermo il proprio destino e disse con voce bassa: “Non possiamo più permetterci di aspettare. Se i Genovesi forzano il porto, non avremo nemmeno il tempo di slegare gli ormeggi dei burchi, figuriamoci di caricarli. Dobbiamo decidere adesso, in questo istante, cosa vogliamo salvare e cosa siamo disposti a perdere per sempre.”

Leonardo rimase in silenzio per un istante, misurando con lo sguardo i muri spessi della stanza, come se volesse interrogarne la solidità.

Leonardo,osservando i muri spessi della stanza: “Padre, se arrivano per saccheggiare, i soldati prenderanno ogni cosa che cadrà sotto il loro sguardo. L’unica speranza è l’inganno. Dobbiamo innalzare una doppia parete nel magazzino al piano terra: un’intercapedine profonda, ricavata tra il muro di cinta e le grandi scansie dove teniamo le merci. Uno spazio che per loro semplicemente non esisterà.”

Lucia si strinse nelle spalle, rabbrividendo per il gelido senso di paura che le attanagliava lo stomaco. “Una parete? E quanto tempo ci vorrà per un lavoro simile? Se arrivano domani, Leonardo, ci troveranno ancora qui, con le cazzuole in mano e la polvere sui vestiti! Ci condannerete tutti per un muro di mattoni?”

Leonardo cercò di stemperare la tensione nella voce, parlando con un tono calmo e rassicurante: “Lavoreremo nell'ombra della notte, Lucia. Io e mio padre, da soli. Useremo mattoni già vecchi e scuriti dal tempo, così che nessuno possa accorgersi della nuova malta, e poi occulteremo ogni traccia dietro i sacchi di saggina e le botti vuote impilate. Dietro quel muro metteremo al sicuro le sete, le spezie più preziose e tutto ciò che di più caro possediamo. Se il destino ci costringerà a fuggire verso Venezia, almeno non lasceremo nelle mani di quei lupi la nostra intera vita servita su un piatto d'argento.”

Ugolino annuì con solennità, le ombre della candela che rendevano il suo volto una maschera di dura determinazione :”Mio figlio ha ragione. Se il destino vorrà che lasciamo Chioggia, dobbiamo farlo con la certezza che una parte di noi resti qui, sepolta e invisibile agli occhi di quei lupi. Leonardo, va’ a preparare la calcina. Inizieremo tra un’ora, non appena anche l’ultimo lampione nelle calli sarà stato spento. Nessuno, nemmeno i vicini più fidati, deve sospettare che stiamo murando tra queste pietre il tesoro e il futuro della nostra famiglia.”

Lucia, annuendo a sua volta, mentre la sua mente già correva a ciò che andava salvato disse:”E io penserò ai fardelli per la fuga. Sarà il compito mio e di tua madre. Prenderemo solo lo stretto necessario: pochi abiti, l’oro che possiamo trasportare e le provviste per il viaggio. Ma vi supplico... fate in fretta. Il silenzio che grava stasera sulla città mi mette più paura del fragore delle onde durante la tempesta.”

 

 

Il clima alla locanda era teso, saturo di fumo e di sussurri carichi d'ansia. Leonardo si sedette nell'angolo più d'ombra, dove lo attendeva Daniele, un vecchio amico che aveva l'orecchio teso a ogni soffio di vento proveniente dal mare e dall'entroterra. Non si vedevano da mesi, e i loro volti portavano i segni di un tempo che sembrava aver accelerato brutalmente.

Leonardo scambiò una stretta di mano vigorosa con l'amico e, dopo aver fatto un cenno all'oste, ordinò vino e una cena frugale per entrambi. Sapeva che Daniele Chinazzi era un uomo che viveva di informazioni, uno dei pochi a conoscere i reali movimenti delle potenze che stavano ridisegnando la mappa della laguna.

Una volta che le brocche furono sul tavolo e la gente attorno a loro fu distratta dai propri affanni, Leonardo si sporse in avanti, la voce ridotta a un soffio:

“Daniele, le voci in piazza si rincorrono come impazzite e ognuno racconta la sua verità. Dimmi come stanno davvero le cose: quanto siamo vicini al baratro?”

Daniele prese la coppa, bevve un sorso di quel vino aspro che sembrava avere il sapore dei tempi che correvano, poi appoggiò i gomiti sul legno consumato del tavolo. Il suo sguardo era quasi febbrile.

“Più di quanto tu possa immaginare, Leonardo,” rispose, con una gravità che gelò l'aria tra loro. “Non è solo il mare a tradirci questa volta. Le truppe ungheresi hanno stretto un patto d'acciaio con i Carraresi; hanno già travolto i castelli dell'entroterra e avanzano senza sosta, puntando dritti al cuore della mia città, Treviso. Venezia è stretta in una morsa spietata: è minacciata dalle navi genovesi sulle rotte del mare e dalle picche nemiche lungo le strade di terra. Non ha più vie di fuga.”

Leonardo cercò di aggrapparsi a un ultimo scampolo di fiducia, abbassando il tono come per non farsi sentire dal resto della locanda: “Ho sentito parlare di alcuni incontri a Sacile... Si diceva che ci fosse ancora uno spiraglio per le trattative, una speranza di pace per fermare questo scempio.”

Daniele rispose con un sogghigno amaro che non prometteva nulla di buono.

“Cenere, Leonardo. Solo cenere. Quelle trattative sono fallite miseramente, spazzate via come foglie al vento. I Genovesi non cercano un accordo, vogliono vederci strisciare nel fango. E non farti illusioni sulla morte dell'ammiraglio Luciano Doria: è vero, è caduto, ma al suo posto è stato nominato Pietro Doria. Quell'uomo non ha il cuore di un marinaio, ma quello di un carnefice. È stato scelto per un unico, spietato compito: annientare Venezia una volta per tutte.”

Un brivido gelido risalì lungo la schiena di Leonardo, un presagio oscuro che gli fece accapponare la pelle. Il nome di Pietro Doria non evocava l'immagine di un semplice ammiraglio, un uomo d'arme come tanti; nelle storie che circolavano tra i mercanti, quel nome era diventato sinonimo di una determinazione feroce, una volontà quasi fanatica che non conosceva tregua né pietà.

Daniele, sporgendosi ancora di più, con la voce ridotta a un sussurro: “È già passato per l'Istria, Leonardo. Lì ha stretto patti oscuri con il Patriarca di Aquileia per serrarci ogni via di scampo e isolare la laguna. Ora è ripartito, e non è solo: guida una flotta immensa, una selva di alberi maestri che oscura l'orizzonte, armata fino ai denti. Mi hanno riferito che quando hanno levato le ancore, il fragore delle urla dei marinai ha coperto persino il ruggito del mare. Gridavano come ossessi: A Venezia! A Venezia! Viva San Giorgio!. Stanno arrivando, amico mio. E per puntare al cuore della Serenissima, dovranno passare inevitabilmente da qui, calpestando Chioggia.”

Leonardo strinse il pugno sul tavolo fino a farsi sbiancare le nocche, sentendo le venature del legno ruvido conficcarsi nella pelle. Il suo pensiero volò immediatamente a quel muro che, insieme a suo padre, aveva appena finito di innalzare nel segreto del magazzino, mattone dopo mattone, nel cuore della notte. La guerra non era più un’eco lontana, un racconto di marinai ubriachi usato per ingannare il tempo; era un mostro reale, fatto di ferro, fuoco e odio, che stava per bussare con violenza inaudita alla porta della sua casa.

 

 

In un mattino di fine giugno, quando il sole già scaldava le acque della laguna presagendo un’estate di sangue, l’orizzonte si popolò di una flotta inquieta. Non erano i maestosi legni della Serenissima, ma una moltitudine di piccole imbarcazioni che fendevano la laguna dirette verso Chioggia. Il Doge non aveva abbandonato la sua sentinella: da Venezia arrivavano mille fanti, e a guidarli c’era un uomo il cui nome evocava l’odore della polvere da sparo e il freddo delle catene: Niccolò da Gallerano.

Leonardo guardò lo sbarco dal molo, il cuore pesante. Conosceva la leggenda di quel condottiero lucchese che l'anno precedente aveva sfidato i Carraresi con una ferocia tale da finire in catene. Rammentava il racconto del suo volto fiero davanti a Francesco da Carrara, il signore di Padova, e di quel riscatto amaro che lo aveva riportato in libertà in cambio di un giuramento: non impugnare le armi contro Padova per un tempo stabilito. Ma ora, con l'onore di Venezia in bilico, Gallerano era tornato, pronto a calpestare ogni esitazione per la salvezza della laguna.

Il molo divenne un alveare di acciaio e urla. Insieme a lui, sbarcarono altri nomi che sapevano di guerra: Becco da Pisa, Boldo Galluccio e Niccolò d’Arsiero. In breve tempo, quella che era una piccola avanguardia crebbe fino a diventare un esercito di tremilacinquecento uomini pronti a tutto.

Ma la speranza portata dai rinforzi fu soffocata da una realtà brutale che gelò il sangue degli abitanti. Mentre i soldati veneziani prendevano posizione, le spie e le vedette portavano notizie atroci: Chioggia era ormai una trappola. La città era cinta d'assedio, stretta in una morsa mortale. Da terra, l'ombra dei Carraresi avanzava come un incendio; dal mare, le vele genovesi chiudevano ogni rotta di fuga.

 

 © Roberta Di Monte - Riproduzione vietata senza consenso scritto.




Cenni storici

La Guerra di Chioggia 1378–1381: Venezia sconfitta nel 1379, riscossa nel 1380; pace 1381 con perdite (Dalmazia, Treviso) ma mantenne l'egemonia

La Guerra di Chioggia (1378–1381) vide Venezia opporsi a una coalizione guidata da Genova, Ungheria e Francesco I da Carrara. Dopo la sconfitta e la presa di Chioggia (1379) la Repubblica rischiò il collasso; la svolta arrivò nel 1380 con il blocco navale e la vittoria veneziana, che portarono alla Pace di Torino (1381). Venezia, pur vittoriosa, cedette la Dalmazia all’Ungheria e Treviso agli Asburgo, ma mantenne l’indipendenza e l’egemonia adriatica.

La Guerra di Chioggia: La Battaglia per la Sopravvivenza di Venezia





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