Il patto tra il condottiero Gallerano e l'artigiano Leonardo

Il patto tra il condottiero Gallerano e l'artigiano Leonardo (RDM-AI02_26)

Chioggia è nel panico mentre arrivano armi e polvere da sparo. Gallerano assume il comando e Leonardo diventa la chiave per trasformare le sue insidie in una trappola contro i Genovesi.

L’episodio precedente…. La tensione cresce a Chioggia: Venezia è allo stremo, minacciata da Genovesi, Ungheresi e Carraresi. La famiglia di Ugolino nasconde le merci in una parete segreta, pronta alla fuga. Leonardo apprende da Daniele che la laguna è isolata e la flotta di Pietro Doria avanza. A fine giugno arrivano mille fanti guidati da Gallerano, ogni speranza svanisce.

 

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Episodio 16. L'Ultimo Scudo di Chioggia

Il terrore serpeggiava tra le calli come una nebbia velenosa, fredda e asfissiante. Gli abitanti, con gli occhi sgranati e il respiro mozzo, osservavano quegli uomini d'arme scaricare casse pesanti di dardi e barili di polvere nera che puzzavano di zolfo e di morte. In quel momento, la consapevolezza colpì tutti come uno schiaffo: la loro amata Chioggia, la città del sale e dei commerci, non apparteneva più ai mercanti. Era diventata un bersaglio, un’incudine stretta tra il martello dei Carraresi a terra e quello dei Genovesi in mare.

Leonardo si trovava ancora tra la folla, immerso nel brusio frenetico del molo, quando i quattro condottieri si riunirono in un cerchio d'acciaio attorno a una mappa logora e macchiata di salsedine, del tutto incuranti del panico che divampava intorno a loro.

In capo alla guarnigione svettava Niccolò da Gallerano, un nome che nelle locande del nord Italia era pronunciato con un misto di timore e rispetto. Era un uomo che pareva forgiato nel bronzo: la sua armatura, priva di fronzoli ma lucida d'uso, portava i segni profondi di colpi d'ascia e di picca, trofei di battaglie che lo avevano visto spesso vincitore.

La figura di Niccolò da Gallerano emanava un'autorità naturale, così assoluta che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi obbedire; il suo solo silenzio pesava più di un ordine gridato. Aveva il volto scavato e indurito, i tratti di un uomo che aveva masticato la polvere delle trincee e bevuto acqua piovana per mesi durante gli assedi. La barba brizzolata gli conferiva un’aria solenne, quasi sacerdotale, come se la guerra non fosse per lui un mestiere, ma una missione sacra.

Quando il suo sguardo si posava su un uomo, sembrava valutarne istantaneamente il peso in battaglia: i suoi occhi non vedevano persone, ma unità tattiche, operai specializzati o semplici ostacoli da rimuovere. Era la personificazione stessa della resistenza veneziana; sebbene lucchese di nascita, aveva abbracciato la causa della Laguna con la ferocia disperata di chi non contempla altra via d'uscita se non la vittoria.

Leonardo lo osservava con un misto di timore e ammirazione, conscio dei trascorsi che gravavano sulle spalle del condottiero. Sapeva che solo pochi mesi prima, nelle campagne intorno a Mestre, Gallerano era caduto vittima di una rovinosa sconfitta. Catturato dai Carraresi e condotto al cospetto di Francesco da Carrara, il Signore di Padova, era stato gettato in una cella oscura. La sua libertà era arrivata solo grazie a uno scambio di prigionieri con Gerardo da Monteloro, ma a un prezzo oneroso: il giuramento solenne di non impugnare le armi contro i Carraresi.

Proprio per onorare quella parola data — un paradosso di onore in un tempo di tradimenti — Venezia lo aveva inviato a Chioggia. Non potendo combattere contro i padovani a terra, Gallerano era lì per volgere tutto il suo genio militare contro l'altro nemico, quello che arrivava dal mare: i Genovesi.

Niccolò da Gallerano si staccò dal gruppo dei condottieri e fece qualche passo avanti. Il fragore dello scarico delle armi parve spegnersi non appena lui sollevò una mano guantata di ferro. Il suo sguardo, gelido e indagatore, passò in rassegna la folla di mercanti, pescatori e artigiani che si erano radunati ad osservare col fiato sospeso.

Niccolò da Gallerano, con voce ferma che risuonò nitida tra le calli: « Cittadini di Chioggia! Il Doge mi ha inviato qui per ergere uno scudo intorno a voi, ma non si può difendere ciò che non si conosce. Ogni porto ha le sue correnti, ogni mura i suoi punti ciechi! Chi è l’uomo tra voi che coordina i lavori di fortificazione? Chi è il responsabile delle difese e del pattugliamento di questi canali?»

Gli abitanti si guardarono l’un l’altro, smarriti e con le labbra serrate. Fino a quel momento, nel caos dell'imminente catastrofe, ognuno aveva pensato egoisticamente a mettere in salvo la propria casa, la propria famiglia o l'ultimo prezioso carico di merci. Non c’era stata una visione comune, né una guida che unisse i singoli sforzi in un’unica, disperata resistenza. Erano un popolo di individui che stava per essere travolto da una macchina da guerra organizzata.

Gallerano contrasse la mascella, un movimento secco che accentuò le rughe profonde del suo volto scavato, rendendo la sua espressione ancora più dura e implacabile.«Ebbene? Devo dunque credere che questa città non sia altro che un gregge senza pastore, pronto a farsi sgozzare dal primo genovese che metterà piede a terra? Se non esiste un capo tra voi capace di guidarvi, allora da questo istante ogni braccio, ogni pietra e ogni briciolo di volontà appartengono al mio comando. Ma non posso agire alla cieca: ho bisogno di qualcuno che conosca ogni molo, ogni secca insidiosa e ogni singola intercapedine nascosta tra queste mura!»

Leonardo sentì il peso di quelle parole gravare sulle sue spalle. Cercò con lo sguardo una via d'uscita e incrociò quello di suo padre Ugolino. Poco lontano, l'anziano mercante gli fece un cenno quasi impercettibile con il capo: un invito, o forse un ordine silenzioso. Leonardo comprese in quell'istante che qualcuno doveva farsi avanti; se non l'avesse fatto, i mercenari avrebbero preso possesso di Chioggia trattandola come un semplice accampamento di frontiera, calpestando le vite e le necessità di chi, in quelle calli, aveva radici profonde.

Leonardo fece un passo avanti e, avvertendo su di sé il peso insostenibile di centinaia di sguardi, disse con voce ferma «Messere, in questo momento non esiste un solo responsabile tra noi. Io sono l'artigiano incaricato dal Doge per sovrintendere alla costruzione delle difese, ma la mia gilda ha già ripreso la via di Venezia. Sono rimasto solo. Tuttavia, conosco questo porto e ogni pietra delle fortificazioni esistenti meglio di chiunque altro. Posso indicarvi dove le mura sono fragili come croste di pane e dove, invece, il fango traditore della laguna inghiottirà i vostri nemici prima ancora che possano sguainare le spade.»

Gallerano rimase immobile, lo squadrò dalla punta degli stivali fino alla linea decisa della mascella. In quel silenzio carico di tensione, il capitano lucchese non stava cercando un sottoposto, ma stava pesando il coraggio e la competenza di quel giovane artigiano che osava parlare di strategia davanti a dei veterani.

Poi, con un gesto secco, Gallerano tese il braccio e afferrò Leonardo per la spalla, non con violenza, ma con la morsa d'acciaio di chi prende possesso di uno strumento prezioso.

Gallerano si accarezzò la barba brizzolata, lo sguardo fattosi improvvisamente distante, quasi volesse leggere nel fondo dell'anima di quel giovane. Con aria pensierosa e un tono che oscillava tra l'ammirazione e il dubbio, mormorò: «Un artigiano che non scappa, ma che resta qui dopo aver messo al sicuro la propria gilda... o sei un folle, o sei l'uomo che stavo cercando per compiere un miracolo.»

Poi, scuotendo le spalle come per scacciare ogni incertezza, riprese con una voce che tagliò l'aria per la sua fermezza: «Vieni con me, mastro Leonardo. Le preghiere e le belle parole non hanno mai fermato l'avanzata delle galee genovesi, ma le pietre... le pietre poste con ingegno nel punto giusto possono spezzare le ossa a qualunque flotta.»

Si misero in marcia attraverso le calli strette, con il rumore dei calzari ferrati che rimbombava contro le pareti delle case chiuse. Leonardo guidò il gruppo verso il suo magazzino, il luogo dove fino a pochi giorni prima era la sede della propria gilda. Giunti davanti alla massiccia porta di legno, Leonardo la spalancò. All'interno c’era ancora l'odore della polvere e della calcina fresca.

Gallerano entrò per primo nel laboratorio, facendo turbinare la polvere che danzava nei raggi di luce. Con un gesto risoluto, srotolò una pergamena logora e ingiallita sopra il massiccio tavolo da lavoro che si trovava al centro della stanza. «Mostratemi, mastro artigiano. Qui, in questo groviglio di correnti tra il canale della Perognola e l'imboccatura del porto... dove si nasconde il tradimento del fondale? Se Pietro Doria decidesse di forzare il passaggio con le sue galee più pesanti, in quale punto esatto il mare gli volterebbe le spalle, lasciandolo a secco?»

Leonardo non esitò. Afferrò un pezzo di carbone e, con la mano resa ferma dalla necessità, tracciò delle linee scure e marcate sulla mappa. I suoi segni indicavano le secche invisibili e i banchi di sabbia mobili, quei segreti sommersi che solo chi era nato e cresciuto tra i respiri della laguna poteva conoscere con tanta precisione.

Gallerano annuì lentamente, mentre un bagliore d'acciaio si accendeva nei suoi occhi, una luce nuova e spietata. In quell'istante, la sua mente di veterano smise di pensare a come subire l'urto; non era più solo una questione di resistere dietro le mura. Grazie ai segreti rivelati da Leonardo, il condottiero stava iniziando a intravedere i contorni di una trappola mortale, un labirinto di fango e sabbia dove la superba flotta di Pietro Doria avrebbe trovato non la vittoria, ma la propria tomba.

 

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Cenni storici

La Guerra di Chioggia 1378–1381: Venezia sconfitta nel 1379, riscossa nel 1380; pace 1381 con perdite (Dalmazia, Treviso) ma mantenne l'egemonia

La Guerra di Chioggia (1378–1381) vide Venezia opporsi a una coalizione guidata da Genova, Ungheria e Francesco I da Carrara. Dopo la sconfitta e la presa di Chioggia (1379) la Repubblica rischiò il collasso; la svolta arrivò nel 1380 con il blocco navale e la vittoria veneziana, che portarono alla Pace di Torino (1381). Venezia, pur vittoriosa, cedette la Dalmazia all’Ungheria e Treviso agli Asburgo, ma mantenne l’indipendenza e l’egemonia adriatica.

La Guerra di Chioggia: La Battaglia per la Sopravvivenza di Venezia





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