Annus horribilis, il 1542. In quell’anno le cavallette si mossero in sciami smisurati il cui passaggio durava per giorni interi.

locuste

Annus horribilis, il 1542. In quell’anno le locuste si mossero in sciami smisurati il cui passaggio durava per giorni interi.

Sembra realizzarsi quanto annunciato nel libro biblico dei Profeti da Gioele per annunciare il “giorno del Signore”, un tempo terribile nel quale Dio manifesterà il suo dominio sulla storia e giudicherà, in maniera tanto severa quanto giusta, tutti i popoli:

“Sciami di cavallette, uno dopo l’altro

hanno distrutto tutto il raccolto.

Quello che uno sciame ha lasciato,

lo ha divorato il successivo.

Ubriaconi, svegliatevi e piangete

voi, bevitori di vino, urlate

perché non assaggerete mai

il vino nuovo!

Sciami di cavallette hanno invaso la

nostra terra

sono forti e non si possono contare.

Hanno denti duri e resistenti

come quelli di un leone.

Hanno distrutto le nostre vigne,

hanno ridotto le nostre piante di fico

a tronchi spogli, senza corteccia

le hanno abbandonate

solo quando i rami erano ormai

diventati bianchi”.

L’invasione delle  locuste durò molti giorni. Alcune fonti parlano della fine di luglio agli inizi di agosto, altre la fine di agosto.

Le locuste, provenienti da ignote regioni orientali, giunsero in massa così estese e dense da oscurare il sole.

Erano più grandi di un grillo. Ovunque calavano a terra e devastavano tutto. Fu calcolato che in Friuli distrussero 160 mila staja di biada  e cereali.

Le locuste passarono sul Cividalese e sul Goriziano per poi proseguire verso il Trevigiano fino a Crema.

 In conseguenza di tanta rovina, che colpì duramente anche le campagne piemontesi, a Vercelli avvenne un fatto ricordato da parecchi storici locali per la sua singolarità. In quella estate era tale la disperazione per l’invasione delle cavallette, tale la sensazione d’impotenza e di frustrazione di fronte a ciò che stava succedendo che la conseguenza fu una manifestazione di follia collettiva. Il Tribunale diocesano, infatti, non trovò di meglio che istruire un processo penale contro quei malefici insetti. Gli atti di quel processo ormai sono divenuti irreperibili e giustamente lo storico Giuseppe Ferraris opina che possano essere “stati fatti scomparire ad arte per sottrarre dal ridicolo la Curia diocesana”. Narra lo storico Giovanni Battista Modena: 

1542 tornarono le locuste altri dicono cavallette in Vercelli et Piemonte, che quando da terra si alzavano oscuravano il sole. Vennero di levante et nel venire daneggiorno Brezza, Verona, Mantua, et altri lochi di Lombardia et Veneziano. In Vercelli vi fu fatto un processo criminale contro citate et in contumacia datoli uno procuratore, et questo processo fu fatto dal vicario del Vescovo come che esse locuste fossero sacrileghe che rovinavano i beni della Chiesa et furno condannate ad anegarsi nel Po et Sesia et altri fiumi et così fu fatto et io ho veduto il processo rogato a Giulio de Quinto cancellier del vescovato. Dicono che solamente di miglio fu il danno di cento milla scudi”. 

Gli ortotteri celiferi, per nulla intimoriti dalla severa sentenza emanata dal tribunale vercellese che le condannava a morte per annegamento, non si fecero scrupoli a tornare l’anno dopo e a distruggere, daccapo, gli stessi seminati. Un anonimo cronista ha lasciato annotato su un vecchio codice:

Reverse sunt locuste de anno 1543 in mense agusti et steterunt per totum […] et maximum damnum intulerunt seminatis”.

Il Mattioli, nel suo Erbario del 1568, dopo aver rilevato che le locuste sono molto « dannevoli all'herbe e alle biade » diceva che partoriscono ficcando in « terra la coda ». Questo illustre medico e naturalista ricordava che nel 1542 vi fu un'invasione sull'Ungheria, parte della Germania e tutta l'Italia « dove fecero infinitissimi danni nelle biade minute, e nell'herbe de i prati, mangiandosi i legumi, il panico, il miglio, e la saggina fino alle radici »

Quando le cavallette si allontanarono rimasero solo luoghi desolati, raccolti totalmente distrutti, rovina, carestia e fame per tutti. Scrive l’erudito Ludovico Antonio Muratori: “Erano alate, e più grandi delle solite a vedersi, perché lunghe un dito; volando adombravano il sole per lo spazio di uno o più miglia; e dovunque passavano, facevano un netto di tutte le erbe e ortaglie… Venuto poi il verno, perirono esse locuste, ma infettando l’aria con il loro fetore; e guai a chi non ebbe cura di seppellirle”.

Il Maggior Consiglio di Udine, nell’adunanza del 10 settembre del 1542, deliberò di assegnare il compenso di 4 soldi ad  ognuno, che raccolto un pesinale di quelle locuste per poi sotterrarle in apposite fosse per evitare che, putrescendo, infettassero l’aria.

Nota. Pesinale era un’antica misura di volume. A Udine 1 pesinale = 12,19 litri

 

Annali del Friuli, volume VII

Pagine friulane, n 5, 1888

Tremate, tremate, le locuste son tornate