
Episodio 01. Alberto e il Cuore Pulsante di Venezia
di Roberta Di Monte
Nel 1395, Venezia era un fulcro vibrante di esistenza, scambi e bellezza. I suoi corsi d'acqua, brulicanti di gondole e vascelli mercantili, rispecchiavano l'energia palpabile della città. L'atmosfera era intrisa degli odori del mare, del legname e della lavorazione del vetro, mentre gli artigiani, uniti in corporazioni, difendevano consuetudini ancestrali. Alberto, un giovane veneziano, si muoveva per le vie strette, tirando un carretto carico di strumenti, custode di un'arte tramandata da generazioni. Eppure, la sua anima anelava a qualcosa di superiore. ....
#Storia #FriuliVeneziaGiulia #Medioevo #Venezia #Libri #Scrittura #RicercaStorica #NarrativaStorica #RomanzoStorico #Italia #lavitaperuncastello #albadialberto
Venezia, 1395.
Venezia era una città brulicante di vita, un'esplosione di colori e suoni che riempivano i sensi. Il cuore della città pulsava lungo i canali affollati, solcati da gondole, spinte da gondolieri abili e loquaci, e da robuste navi mercantili cariche di merci provenienti da ogni angolo del mondo conosciuto.
L'aria era un mix di profumi: la salsedine del mare, il legno fresco dei cantieri navali, il profumo dei fiori che adornavano i balconi, e a volte, il sentore acre del vetro soffiato nelle botteghe degli artigiani, veri maestri nell'arte di trasformare la materia in bellezza. Questi artigiani, organizzati in potenti corporazioni chiamate "Scuole", erano il motore economico e sociale di Venezia, custodi di antichi saperi e abilità tramandate di generazione in generazione.
La città si stava appena svegliando, e i canali riflettevano il debole chiarore dell'alba come una rete di vene scintillanti. L'aria era fresca e umida, portando con sé il profumo inconfondibile del mare e la promessa di un'altra giornata frenetica.
All'ombra di un ponte, una figura si muoveva con passo deciso nella luce ancora tenue del primo mattino. Era Alberto, figlio di un rinomato artigiano costruttore veneziano. Le sue mani, giovani ma già segnate da calli, stringevano saldamente il manico di un carretto di legno, colmo di attrezzi. Ogni martello, scalpello e pialla in quel carretto era un testimone silenzioso delle innumerevoli ore di lavoro che avevano contribuito a plasmare il tessuto stesso di Venezia, un'eredità che Alberto portava con sé, sia nelle mani che nell'anima.
Alberto era un giovane robusto di diciassette anni, con penetranti occhi azzurri che riflettevano il cielo sconfinato sopra i canali di Venezia. I suoi capelli castani un po' scompigliati incorniciavano una mascella squadrata, conferendogli un'aria determinata. Il suo abbigliamento era un mix di praticità e stile, radicato nelle sue origini veneziane, con una semplice tunica e robusti stivali di pelle.
Profondamente risoluto e leale, Alberto era saldamente ancorato alle tradizioni del suo luogo di nascita. Dotato di una forte moralità, era sempre pronto a dare una mano a chi ne avesse bisogno. Apprezzava l'onestà e l'integrità e, nonostante la sua giovane età, era disarmante per coloro che tentavano di ingannarlo.
Suo padre Leonardo lo aveva addestrato da quando sapeva maneggiare un martello, e suo fratello, più grande di tre anni, si era già dimostrato un maestro nel loro mestiere. Eppure, c'era qualcosa in quell'arte che non soddisfaceva pienamente Alberto. La sua mente era un turbine di curiosità e ambizione, che si estendeva oltre i confini infuocati del loro cantiere. Il pulsare della città era la sua musa, sussurrando storie di avventure e innovazione alle sue orecchie avide.
Le ruote del carretto rimbombavano sul selciato, un suono ritmico che echeggiava tra le strette vie di Venezia. Gli edifici si ergevano alti e fieri, le loro facciate una tela dipinta dal sole del mattino con tonalità d'oro, rosso e blu. Le grida dei gondolieri, il fruscio dei panni stesi tra le finestre e il lontano tintinnio delle campane di Rialto creavano un vivido quadro di una città che si animava.
Il suono di onde lontane lambiva i bordi della laguna, un dolce ricordo del vasto mare che cullava Venezia. Un gabbiano solitario emise il suo grido, squarciando la quiete, mentre si librava sopra i tetti a guglie in cerca del calore del sole che si avvicinava. La città rimaneva avvolta nel dolce abbraccio del primo mattino, le sue strade un mosaico di ombre e luci che lentamente si ritiravano davanti all'inesorabile avanzata della seconda.
Per mesi, Alberto aveva percorso quelle strade per raggiungere il cantiere di suo padre a ridosso del Canal Grande. Come ogni mattina, suo padre e suo fratello lo precedevano. Alberto strinse la presa sul manico del carretto, il rumore delle ruote che rimbombava sui masegni quasi annegato nel frastuono crescente della città che si risvegliava.
Superò un gruppo di gondolieri che si scambiavano battute, le loro risate si disperdevano nell'aria frizzante. Il profumo di pane appena sfornato si mescolava a quello salmastro del mare, un aroma familiare. Gli edifici, maestosi e imponenti, si alzavano ai lati delle calli come sentinelle silenziose, le loro facciate dipinte con le prime, tenui, tonalità del mattino: oro, rosso e blu.
Finalmente, il labirinto di calli si aprì su uno scorcio della laguna. Il suono delle onde che lambivano la riva si fece più distinto, un richiamo dolce e costante del vasto mare che abbracciava la sua città.
Raggiunto il cantiere, Alberto si sentì frastornato. Suo padre Leonardo e suo fratello Giacomo lo stavano aspettando su una barca invece che al cantiere. Suo padre lo chiamò e il suo tono era piuttosto insolito.
Finalmente, Alberto raggiunse la riva, il suo sguardo che spazzava l'orizzonte dove l'azzurro del mare si fondeva con il cielo mattutino. Lì, sulla banchina, con le mani che gesticolavano animate, c'erano suo padre Leonardo e Giacomo. Erano già in piedi vicino a un piccolo molo dove una barca, più robusta di una gondola comune e chiaramente pronta per un viaggio, era ormeggiata. Non era la solita imbarcazione da cantiere, né una di quelle leggere usate per le consegne cittadine; questa era costruita per affrontare acque aperte.
Leonardo, con i suoi capelli bianchi e la barba folta, il viso segnato dalle rughe ma gli occhi azzurri sempre vivaci, si voltò appena Alberto si avvicinò. La sua figura robusta e la presenza imponente sembravano quasi assorbire la nebbia mattutina che ancora indugiava sull'acqua. Accanto a lui, Giacomo, il fratello maggiore, alto e snello, ma allo stesso tempo robusto, con i capelli biondo scuro e gli occhi marroni, sorrideva tranquillo, il suo umorismo asciutto già pronto ad alleggerire l'atmosfera. Stava sistemando alcune coperte e provviste all'interno della barca, dimostrando la sua solita precisione.
"Eccoti, finalmente, Alberto!" esclamò Leonardo, la voce roca ma carica di una determinazione che Alberto conosceva bene. "Stavamo per pensare che ti fossi perso tra le chiacchiere dei mercanti, come al tuo solito!" La battuta era accompagnata da una risata di cuore, una di quelle che sapevano alleviare la tensione e che Alberto aveva imparato ad apprezzare come un segno di genuinità.
Alberto posò il carretto con un sospiro. "Padre, sapete che la curiosità è la mia guida, e oggi Venezia è più vivace che mai." Lanciò un'occhiata d'intesa a Giacomo, che annuì con un sorriso. "Ma vedo che non siete rimasti con le mani in mano. Una barca? Che viaggio ci aspetta?"
Leonardo si strofinò la barba, il suo sguardo pesante si posò sulla distesa d'acqua, un'ombra di tristezza negli occhi solitamente risoluti. La voce gli uscì roca, intrisa di un'urgenza disperata. "Un viaggio che potrebbe cambiare il nostro futuro... o condannarlo, figli miei." Il tono era grave, quasi un lamento. "Una commessa a Glemone, per costruire le nuove mura della città. Ma c'è un'urgenza che ci stritola. Dobbiamo raggiungere la città il più rapidamente possibile, prima che altri maestri si propongano..."
Fece una pausa, il respiro corto, come se il peso delle parole gli opprimesse il petto. "Venezia è splendida, sì, una gemma sull'acqua... ma il lavoro sta iniziando a scarseggiare per noi artigiani, come sabbia tra le dita. E le tasse... quelle non smettono mai di aumentare, stringendoci sempre di più, soffocandoci! Se non cogliamo questa occasione, potremmo non averne altre."
Giacomo si avvicinò, un'espressione di sorpresa e preoccupazione sul volto solitamente imperturbabile. "Glemone, padre?" chiese, la voce incerta. "È un viaggio lungo, e la strada in questo periodo non è delle migliori, per non parlare della nebbia che rende tutto più insidioso!" Un brivido gli corse lungo la schiena al pensiero dei pericoli nascosti.
"Lo so, Giacomo," rispose Leonardo, la sua voce ora più grave, ma con un fondo di determinazione. "Ma l'occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. La Serenissima sta stringendo nuovi rapporti commerciali con la Patria del Friuli, e il nostro stile è molto richiesto. A Glemone ci sono mercanti ricchi, soprattutto fiorentini, che amano le belle abitazioni. Spingersi in nuovi territori prima degli altri è una grande opportunità."
Giacomo era piuttosto contrariato. "Abbiamo ancora il cantiere aperto, non possiamo abbandonare la nostra gilda!" Esclamò, il tono di voce che per la prima volta tradiva la sua irritazione, un misto di rabbia e preoccupazione. "Non è una decisione da prendere in fretta, padre! Il nostro nome a Venezia è solido, abbiamo lavori in corso, persone che contano su di noi qui! Lasciare tutto per una promessa lontana... non mi sembra saggio, mi sembra una pazzia!" La sua ansia era palpabile, quasi una sfumatura nella sua voce.
Leonardo si voltò completamente verso Giacomo, la sua espressione si fece più severa, ma uno sguardo di profonda preoccupazione gli attraversò gli occhi. "Saggezza, dici? A volte la saggezza sta nel guardare oltre la punta del proprio naso, figlio mio. Le acque di Venezia sono affollate, la competizione cresce. Se vogliamo che la nostra gilda prosperi, dobbiamo osare. Non abbandoneremo nessuno, Giacomo. Ho già disposto che Marco e i suoi si occupino del cantiere in nostra assenza. Sono uomini fidati, sanno il fatto loro." La sua voce si fece più bassa, più cupa. "E guardate l'orizzonte, Giacomo! Non vedete le nuvole che si addensano? Si preannunciano altre guerre e altre tasse ancora più salate che ci soffocheranno. Dobbiamo muoverci, prima che sia troppo tardi!"
"Ma non è lo stesso, padre," ribatté Giacomo, scuotendo il capo con veemenza, la voce che si alzava di nuovo, impregnata di ansia. "Voi siete il maestro, il punto di riferimento! La vostra assenza si sentirà eccome! E poi, Glemone... è un posto sconosciuto, lontano dalle nostre reti, un salto nel buio! E la nebbia, padre, la nebbia su quelle strade è pericolosa, è un invito alle disgrazie! E non è il momento per viaggi avventurosi con il carico che dobbiamo portare!"
Leonardo posò una mano sulla spalla di Giacomo, cercando di rassicurarlo. "Ogni grande impresa comporta dei rischi, Giacomo," disse, la sua voce ora più calma ma ferma, "ma anche grandi ricompense. Non andiamo all'avventura, andiamo a consolidare il nostro futuro. Pensate alla reputazione che otterremo, alla possibilità di ampliare le nostre conoscenze e il nostro stile. Non possiamo restare fermi, quando il mondo intorno a noi si muove." I suoi occhi, solitamente penetranti, si addolcirono per un momento, pieni di una speranza inattesa. "Ho fiducia in voi, figli miei. E ho fiducia nella nostra capacità di superare ogni ostacolo. Questo non è un abbandono, ma un'espansione, un nuovo inizio per tutti noi."
Alberto, nonostante la sorpresa per la destinazione e la fretta, sentì un'ondata di eccitazione. Glemone! Lontana dalle calli strette e dai cantieri ormai familiari. Era l'occasione per vedere nuove terre, per osservare nuove strutture, per capire la politica di quelle regioni lontane. Il suo spirito vivace e la sua curiosità, che spesso lo portavano a intrufolarsi nelle taverne per ascoltare le storie dei viandanti, erano in fermento.
"E allora, che aspettiamo?" esclamò Alberto, con un'energia contagiosa che squarciava l'aria salmastra del mattino. "Prendiamo gli attrezzi, e salpiamo per la terraferma!" Il suo sguardo vivace e curioso, tipico di un ragazzo di diciassette anni, brillava di eccitazione per l'ignoto che li attendeva.
Leonardo sorrise, un raro momento di morbidezza sul suo volto solitamente determinato, segnato dalle rughe e incorniciato dalla barba folta. "Sapevo di poter contare su di te, Alberto. Ora, salite. Il tempo stringe, e il mare ci aspetta." La sua voce, profonda e rassicurante, celava l'urgenza e la preoccupazione che lo avevano spinto a intraprendere quel viaggio così in fretta.
I tre uomini salirono a bordo della barca. Il carretto di Alberto, ora vuoto, rimase sulla banchina, quasi un simbolo tangibile di ciò che lasciavano alle spalle: la routine dei cantieri veneziani, le calli affollate e il comfort di una vita agiata che Leonardo aveva faticosamente costruito per la sua gilda e la sua famiglia. Con quella barca avrebbero attraversato la laguna per raggiungere la terraferma, dove, come stabilito, avrebbero acquistato due cavalli robusti e un carro adatto al lungo viaggio. Non potevano permettersi di viaggiare con la loro intera gilda a causa della fretta, ma la possibilità di un lavoro così importante a Glemone, la costruzione delle mura di una città, valeva ogni rischio.
Mentre il sole iniziava a salire più in alto nel cielo, tingendo l'orizzonte di sfumature dorate e rosa, la barca si allontanò dalla riva, fendendo l'acqua con un moto deciso. Ogni vogata li portava più vicini alla terraferma, verso Glemone, una città che prometteva non solo nuove sfide professionali, ma anche l'opportunità di espandere la loro influenza in territori inesplorati. Per Alberto, era l'inizio di un'avventura che la sua mente e il suo animo curioso avevano sempre desiderato, un viaggio che si preannunciava pieno di sfide, scoperte e nuove opportunità, ben oltre i confini del suo mestiere di costruttore.
© Roberta Di Monte - Riproduzione vietata senza consenso scritto.
Cenni storici
Nel 1396 Gemona, con una spesa non ordinaria, allargò le mura e le fortificò con torri, fosse e palanche, come abitudine voleva a quei tempi. Le stesse mura che onca oggi si vedono, Otto cittadini del Consiglio furono destinati a presiedere al lavoro. Tutti i distrettuali contribuirono alla mano d’opera e alla condotta dei materiali, particolarmente quelli di Artegna. (da Annali del Friuli volume VI e da Notizie di Gemona antica città nel Friuli raccolte da Gian-Giuseppe Liruti)
La vita a Venezia, in sintesi
leggi Venezia, Una Repubblica Tra Splendore e Tensione
| Prefazione | Indice | Episodio 02 |