La guerra di Chioggia

La guerra di Chioggia (DMR-AI05_26)

Durante la Guerra di Chioggia, Gallerano difende la città con 3.500 uomini contro 24.000 nemici; la torre cade, resta solo il bastione di San Domenico.

L’episodio precedente…. Chioggia è avvolta dal terrore mentre arrivano armi e polvere da sparo. Gallerano, condottiero temuto, assume il comando e trova in Leonardo l’unico conoscitore della laguna. Insieme trasformano secche e fondali in una possibile trappola contro i Genovesi.

 

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Episodio 18. L'Inferno in Laguna: L'Ultimo Baluardo della Serenissima

Leonardo sbarcò sulla Riva degli Schiavoni mentre il sole, ormai alto, tingeva di un oro pallido il marmo del Palazzo Ducale. Ma la bellezza di Venezia non riusciva a dissipare il gelo che portava dentro. Intorno a lui, la città era un alveare impazzito: nobili in ansia, mercanti che svendevano le merci per timore del saccheggio e operai dell'Arsenale che lavoravano senza sosta.

Si sedette su un gradino di pietra d'Istria, guardando verso sud. Da quella distanza non si sentivano le grida, ma l'aria vibrava di un rimbombo sordo e intermittente. Erano le bombarde.

Leonardo ripensò a Gallerano e alla "grande nave" fortificata con il vimini. Sapeva che quella strategia era l'ultima scommessa di una Repubblica che stava per affogare. Se i barconi avessero tenuto e se le secche avessero ingannato i genovesi, Venezia sarebbe sopravvissuta. Altrimenti, l'alba successiva avrebbe illuminato le vele nemiche nel bacino di San Marco.

Suo padre Ugolino lo raggiunse, posandogli una mano sulla spalla. «Hai fatto ciò che potevi, Leonardo. Hai dato loro le mappe e le pietre. Ora spetta a Dio, al mare e al ferro dei soldati.»

Ma Leonardo non riusciva a distogliere lo sguardo dall'orizzonte. Sapeva che, in quel preciso istante, la laguna stava diventando un cimitero di navi e che il fango che lui conosceva così bene stava decidendo chi avrebbe dominato i mari per i secoli a venire.

 La Giornata di Chioggia: L'Inferno in Laguna

Nel frattempo, nel cuore dei canali, la strategia di Gallerano e l'ingegno di Leonardo venivano messi alla prova del fuoco.

 A difesa di Chioggia e della laguna i veneziani avevano posizionato una grande nave di traverso nel canale, in posizione strategica. La nave era coperta da  un telaio fatto vimini intrecciati e pelli, usato come protezione da dardi incendiari e da colpi di vario genere. La nave era armata con artiglieria pesante (bombarde) e tiratori (balestrieri). Davanti alla nave erano state messe grandi palizzate (pali infissi nell’acqua) di traverso al canale, per impedire il passaggio delle imbarcazioni nemiche. Il canale, grazie a questa combinazione di nave fortificata con palizzate e artiglieria, risultava molto ben difeso e difficile da superare.

Ma mentre il mare ribolliva di schiuma e detriti, la minaccia più letale si stava palesando alle spalle della città.

L’esercito di terra del Signore di Padova, Francesco da Carrara, rinforzato da un gran numero di contingenti genovesi, si mosse all’alba con un unico obiettivo: spezzare la resistenza veneziana prendendola di spalle. La colonna di armati, partendo dalla terraferma, avanzò verso la lingua di terra che conduceva a Chioggia Piccola, l'ultimo lembo di terra prima del cuore della città.

 

La lingua di terra era un punto stretto e fortificato, protetto da un ponte levatoio e sovrastato da una massiccia torre d'assedio in legno che dominava l'accesso con le sue macchine da lancio.

All’alba, mentre una nebbia sottile ancora si arrampicava sulle palizzate, il galoppo frenetico di un cavallo squarciò il silenzio del mattino. Un uomo, coperto di fango e col fiato spezzato, raggiunse il ponte levatoio e si fece riconoscere a gran voce: era una sentinella veneziana, una delle ombre che per giorni avevano spiato le mosse dei padovani nell'entroterra. Con estrema urgenza, chiese di conferire immediatamente con Gallerano.

Il condottiero uscì dal corpo di guardia, gli occhi arrossati dalla veglia. Non appena ascoltò il rapporto della spia — che parlava di migliaia di fanti carraresi e galeotti genovesi pronti a colpire — il suo volto si indurì come il ferro. Si voltò verso i suoi uomini, che stavano ancora pulendo le armi o consumando un povero rancio, e la sua voce esplose come un colpo di bombarda per scuoterli dal torpore.

«All'armi! All'armi!» urlò Gallerano, percorrendo il camminamento di legno con passi pesanti. «La sentinella ha visto il nemico: i Padovani sono alle nostre porte! Gerardo da Monteloro sta arrivando con una marea di ventiquattromila uomini per soffocarci nel nostro stesso mare! Non è più tempo di riposare: se vogliamo vedere il tramonto, dobbiamo trasformare questo ponte in un muro d'acciaio! Ognuno al suo posto, ora!»

L'allarme si diffuse in un istante. Mentre i soldati correvano alle feritoie e i balestrieri caricavano le armi, Gallerano rimase sulla sommità della torre, scrutando la terraferma dove la polvere sollevata dall'esercito nemico iniziava a oscurare il sole nascente.

All’arrivo dei padovani, i Veneziani non volevano cedere la torre, la tenevano con ostinazione e per disperazione: sapevano che se quel passaggio fosse caduto, Chioggia sarebbe stata invasa dalle truppe di terra, rendendo vane le difese nel canale.

Per ore, l'aria fu saturata dal frastuono della battaglia. Il legno del ponte risuonava sotto i colpi di ascia . Le urla dei feriti venivano soffocate dallo stridore delle spade che si incrociavano in un corpo a corpo brutale. Dalle feritoie della torre, i veneziani rovesciavano pece e dardi su chiunque tentasse di scalare le protezioni, mentre i padovani rispondevano con scale d’assedio e arieti.

Nel cuore del massacro, la voce di Gallerano risuonava più forte delle esplosioni delle bombarde, vibrante di una furia che teneva in piedi i suoi uomini.

«Tenete il passo!» tuonò il condottiero, con la spada lorda di sangue sollevata verso il cielo plumbeo. «Non un centimetro di questo legno ai padovani! Fate assaggiare loro il sapore del nostro fango e del nostro acciaio! Per Venezia e per la vita!»

Il ponte divenne un macello ribollente di carne e schegge di legno. Eppure, ogni volta che i veneziani sembravano sul punto di cedere sotto l'urto nemico, le urla di incitamento di Gallerano facevano divampare un nuovo grido di battaglia tra i difensori. Grazie a quel coraggio disperato, il ponte levatoio rimaneva alto, teso come un braccio di ferro sospeso tra la vita e la morte della Repubblica.

La battaglia fu lunga e feroce, un susseguirsi ininterrotto di assalti e contrattacchi che logorò ogni fibra dei combattenti. Alla fine, però, la pressione incessante dei padovani prevalse: i soldati veneziani, ormai stremati e sopraffatti dal numero, ruppero le righe e si diedero alla fuga. La massiccia torre cadde nelle mani dei Padovani guidati dal condottiero Gerardo da Monteloro, che avanzava insieme agli uomini del Patriarca condotti da Giacomazzo da Porcia.

Con l'unione di queste forze e degli equipaggi delle galere genovesi, l’esercito assediante arrivò a contare in tutto ventiquattromila uomini: una massa impressionante che sembrava destinata a travolgere ogni residua resistenza.

I Veneziani superstiti si ritirarono più indietro, cercando rifugio a metà del lungo ponte che univa Chioggia alla terraferma. Lì avevano eretto un secondo punto di forza, un grande torre massiccia protetta da un ponte levatoio.

Il lungo ponte si stendeva come una fragile lingua di legno e pietra sospesa sulle acque scure della laguna. Nonostante l'urto spaventoso dei ventiquattromila uomini che premevano con forza travolgente, Gallerano non accennava a darsi per vinto. Con un gesto di pura sfida, si scagliò in prima linea, frapponendosi fisicamente tra i suoi uomini in rotta e l’avanzata padovana, incitandoli alla lotta

«Non un passo indietro!» ruggì il condottiero, brandendo la spada. «Se cadete qui, non ci sarà muro a Venezia capace di proteggervi! Questo ponte deve diventare la loro tomba, non la nostra via di fuga!»

I soldati, rianimati da quel coraggio brutale, arrestarono la fuga e si forticarono attorno alla seconda torre, pronti a trasformare quel segmento di ponte in un calvario insuperabile per le truppe di Gerardo da Monteloro.

Dal lato opposto, verso il cuore dell'abitato, il ponte terminava presso il bastione di San Domenico, una formidabile struttura circondata da una fossa profonda e protetta da un ulteriore ponte levatoio. Rappresentava la seconda porta di Chioggia, l'ultimo baluardo di civiltà: i Veneziani sapevano con gelida certezza che, se quella soglia fosse stata violata, la città sarebbe stata perduta per sempre.

A difendere le ultime speranze di Chioggia restavano tremilacinquecento uomini: un mosaico disperato di Veneziani, soldati forestieri, fanti e cavalieri privati dei loro destrieri e costretti a combattere a piedi tra il fango e le pietre.

La città, stretta tra la morsa del mare e il labirinto della laguna, racchiusa tra la precarietà del ponte e la solidità del bastione di San Domenico, si preparava a una resistenza estrema. Mentre il sole calava spegnendosi sulle acque immobili, le due armate si fronteggiavano in un silenzio carico di tensione: da una parte l'immensa massa d'urto di ventiquattromila uomini, dall'altra l'ostinata guarnigione di tremilacinquecento difensori, entrambi consapevoli che l'alba successiva avrebbe scatenato un nuovo, decisivo assalto.

 

Mentre a Chioggia si stava consumando la sanguinosa battaglia per il destino della Repubblica, Leonardo, appena sbarcato a Venezia, si era affrettato a raggiungere la sua gilda all’interno dell'Arsenale. L'atmosfera che trovò era febbrile: i maestri d'ascia, i calafati e tutti gli artigiani erano al lavoro senza sosta, giorno e notte, per armare e rinforzare le navi che a breve sarebbero salpate verso sud per dare aiuto ai difensori e tentare di spezzare la morsa nemica.

 

 © Roberta Di Monte - Riproduzione vietata senza consenso scritto.

Nota storica. Il comando era affidato a Baldo Galuzzi, capitano generale, affiancato dai capitani minori Nicolò da Gallicano, Becco da Pisa e Nicolò d’Arsiero. Il podestà Pietro Emo vigilava sull’ordine civile e militare, mentre i provveditori Nicoletto Contarini e Giovanni Mocenigo coordinavano rifornimenti, turni e difese.



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