Episodio 10. Il Ritorno a Casa del Mastro di Venezia

Casa padronale a Chioggia (DMR-AI10_25)

Leonardo, mastro veneziano, torna a Chioggia con la moglie per fortificare la città: un ritorno tra origini, famiglia e tensioni di guerra.

L’episodio precedente…. Nel 1373, la Gilda dei Costruttori di Venezia viene trasferita a Chioggia per fortificare la città contro la minaccia genovese. Leonardo, maestro costruttore, affronta il dilemma tra ambizione e amore per Lucia, che decide di seguirlo. Durante il viaggio, un capitano racconta le tensioni nate a Cipro e l'espansione genovese. Leonardo comprende l'urgenza della missione: trasformare Chioggia in una fortezza strategica per la Serenissima.

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Episodio 10.

Al calare della sera, la nave attraccò al molo di Chioggia. Il cielo era sereno e in lontananza si vedeva ancora il rosso acceso del sole al tramonto. Sopra le acque, un gruppo di gabbiani volteggiava con stridii penetranti e familiari, seguendo alcune piccole navi che rientravano in porto. L'aria era più salmastra che a Venezia, e il vociare dei pescatori e dei venditori di sale era più rude e diretto. Sceso a terra, Leonardo si guardò attorno. Sebbene Chioggia assomigliasse a Venezia, con i suoi canali e ponti, qui tutto era più essenziale, più legato alla terra e al mare aperto, meno all'oro e alla seta.

Leonardo si sentì scosso, percependo un'emozione profonda e sconosciuta salirgli da dentro. Era un uomo fatto, un mastro riconosciuto della Serenissima, eppure, su quel molo, tornava a essere il ragazzino che aveva lasciato la città molti anni prima per inseguire il suo sogno tra le pietre e gli archi di Venezia. Era partito con un sacco e un'ambizione bruciante; tornava ora con una reputazione solida, una gilda intera al suo seguito e, soprattutto, una sposa veneziana al suo fianco. Si sentiva diviso tra l'orgoglio per ciò che aveva costruito e la vulnerabilità del ritorno alle sue radici.

Lucia si strinse al suo braccio, percependo l'improvvisa tensione che aveva irrigidito il corpo di Leonardo. "È più piccola di quanto immaginassi," mormorò, ma i suoi occhi, pur ammirando la città, cercavano di celare una punta di timore per l'ignoto che stavano per affrontare.

"È casa," rispose Leonardo, la voce roca e carica di emozione. "O meglio, era casa mia."

Lucia gli strinse più forte il braccio, offrendogli un sostegno silenzioso e deciso. "Non preoccuparti," gli disse con dolcezza. "Vedrai che sarà nuovamente casa tua... nostra."

Mentre si addentravano nel dedalo delle calli, l'emozione per Leonardo crebbe a ogni passo. Era cresciuto in quella città; sentì il profumo familiare del pesce essiccato mescolarsi all'odore acre della pece, un odore che parlava di navi e cantieri. Riconobbe la strada stretta, il pozzo di pietra dove andava a prendere l'acqua da bambino, e infine, con un nodo alla gola, scorse la casa dei suoi. Il cuore gli batteva forte, a metà tra l'ansia del re-incontro e la gioia del ritorno.

Si fermarono davanti a un'abitazione con la facciata segnata dal vento e dal sale, ma che rivelava una solidità non comune. La casa si affacciava direttamente sul canale principale, la "vena aquarum", un'arteria vitale per i traffici e i commerci di Chioggia. La facciata era sobria, ma impreziosita da eleganti elementi in pietra d'Istria. Le finestre, con le loro bifore in stile gotico veneziano, erano un segno di prestigio e testimoniavano l'influenza culturale della capitale anche in questa città lagunare. Al piano terra si apriva un ampio magazzino con un accesso diretto al canale, fondamentale per il carico e scarico delle merci. Sopra il portone di legno, consunto ma robusto, si intravedeva lo stemma mercantile della famiglia: una nave in rilievo incorniciata dalle iniziali "U.M.", emblema di una storia di onorato lavoro marittimo e commerciale

Leonardo non aveva avvertito del suo arrivo; voleva che fosse una sorpresa completa. Prese un respiro profondo, cercando di calmare il tumulto delle sue emozioni, e bussò con decisione al portone in legno massiccio.

Un attimo dopo, la porta si aprì. Sulla soglia, apparve la figura di una donna anziana, le mani nodose dal lavoro e l'espressione stanca incisa sul volto. Era sua madre. La luce fioca che filtrava dall'interno le illuminò il viso, e in quell'istante, nonostante gli anni e le rughe, Leonardo la riconobbe immediatamente.

Lei lo fissò intensamente. Riconobbe i lineamenti inconfondibili del marito di tanti anni prima: l'uomo di fronte a lei ne era la vivida copia. Subito, in un lampo, la verità la investì: l'uomo saldo e robusto davanti a lei era il figlio che non vedeva da anni, il figlio che aveva lasciato andare quando era ancora un ragazzino esile e minuto. La sorpresa fu troppo forte, sfociando in un grido strozzato che le sfuggì dalle labbra. "Leo... Leonardo? Sei proprio tu?"

"Sono io, mamma. Sono tornato," rispose Leonardo, la voce rotta dall'emozione.

 

La donna si gettò in avanti, stringendolo in un abbraccio disperato e potente, riversando in quel gesto tutto l'affetto, la preoccupazione e la mancanza degli anni di assenza. Pochi istanti dopo, il frastuono dell'incontro richiamò il padre di Leonardo, che apparve sulla soglia: un uomo dalla schiena curva per la fatica di una vita sul mare, ma dallo sguardo ancora vivace e acuto. Si avvicinò, incredulo, attratto dal nome "Leonardo" urlato dalla moglie, un nome che non sentiva pronunciare con tanta gioia da troppo tempo.

All'inizio, fu meno pronto della moglie, dovendo elaborare l'immagine del figlio adulto, così diversa dal ragazzino esile che aveva accompagnato a Venezia, presso i Tajapiera, tanti anni prima. Ma vedendolo lì, in carne e ossa, si avvicinò e gli diede una pacca ruvida sulla spalla, un gesto di orgoglio misto a sollievo.

"Hai fatto un buon viaggio, ragazzo," disse il padre. Poi, con tono più sommesso, aggiunse: "In questi anni tua madre ha pregato tutti i giorni affinché potesse vederti ancora." I suoi occhi caddero su Lucia, che attendeva discretamente in disparte. "E chi è questa bella ragazza che ci porti? Una veneziana, eh?"

Leonardo prese Lucia per mano, presentandola con un sorriso radioso. "Questa è Lucia, padre. È mia moglie. E da oggi, questa sarà anche casa sua."

Lucia, con la sua innata grazia e la cortesia appresa nella locanda veneziana, superò l'iniziale timore e si inchinò con profondo rispetto davanti ai suoceri. L'emozione del ricongiungimento riempì la piccola soglia della casa, mescolando le lacrime per il passato con la gioia sincera del presente. La loro vita a Chioggia, tra la famiglia ritrovata e il lavoro urgente che attendeva Leonardo, era appena iniziata.

Il padre, con un gesto accogliente, invitò la coppia in casa. "Entrate, entrate," disse, e subito si affrettò ad aggiungere: "Purtroppo i tuoi due fratelli maggiori sono per mare, figliolo. Torneranno tra qualche mese."

 

Il padre di Leonardo, il cui nome era Ugolino, aveva origini ferraresi e si era trasferito a Chioggia con la famiglia poco prima che nascesse Leonardo. Conosciuto a Chioggia semplicemente come "Ugolìn el Ferarése", era un mercante di successo e aveva costruito una piccola fortuna. Possedeva una flotta di due navi che ora, non più giovane e robusto, aveva affidato alla gestione dei due figli maggiori. I due fratelli avevano scelto di continuare la solida tradizione di famiglia, solcando i mari per commerciare in paesi lontani, portando avanti l'onore e il nome del casato.

 

Lucia, osservando l'anziano mercante, comprese subito che Leonardo aveva ereditato da lui non solo i lineamenti, ma anche la risolutezza, l'ambizione e un'innata attitudine al comando. Il destino della loro vita a Chioggia non sarebbe stato solo lavoro, ma anche l'integrazione in una famiglia di uomini di mare e di commercio.

Inoltre, Lucia capì immediatamente che la famiglia di origine di Leonardo godeva di una grande fortuna e che la loro casa ne era la palese testimonianza. Comprendendo la ricchezza che aveva alle spalle, capì anche quanto fosse forte la passione di Leonardo, che lo aveva spinto, in giovane età, ad abbandonare tutte quelle agiatezze per ricominciare dal nulla a Venezia, affidandosi unicamente alla forza delle sue mani e alla sua arte di costruttore.

 

La posizione agiata della famiglia era evidente non appena varcarono la soglia. Entrando, il piano terra si rivelava un ampio magazzino con un accesso diretto al canale, indispensabile per il carico e lo scarico rapido delle merci. Al piano superiore si trovava la residenza vera e propria, ben arredata e spaziosa, il cuore caldo di Ugolino el Ferarése e della sua famiglia.

Lucia, abituata all'ambiente più umile e pratico della locanda veneziana, rimase a bocca aperta quando furono accompagnati nella "sala da parata". La sala era ampia e rettangolare, con un soffitto alto a travi lignee a vista, che non solo sorreggevano la struttura, ma ne esaltavano il prestigio di chi vi abitava.

Ormai a sera inoltrata, la luce lunare filtrava dolcemente dalle bifore gotiche, mescolandosi alla luce fioca e calda emanata dal grande camino acceso. Era in quest'ambiente solenne, la "sala da parata", che Ugolino, fiero cittadino veneziano per privilegium extra – un onore concesso dalla Serenissima – era solito ricevere mercanti dal Levante, notai ufficiali e i capitani delle barche che risalivano la laguna. Il grande tavolo centrale, imponente e di legno massiccio, era il silenzioso testimone di accordi commerciali sigillati, di giuramenti pronunciati e di decisioni che orientavano i traffici della famiglia.

Sulle pareti, stendardi in lino e damasco raccontavano la sua origine ferrarese e, allo stesso tempo, la sua nuova fedeltà alla Repubblica. Sopra il camino monumentale, scolpito con maestria nella pietra d'Istria, campeggiava lo stemma mercantile di famiglia: una nave in rilievo con le iniziali "U.M.". In un angolo, una nicchia custodiva un crocifisso ligneo: non era solo un segno di devozione, ma anche una garanzia di onestà, giustizia e di profonda appartenenza alla comunità cristiana e mercantile.

Passarono la serata a parlare, il presente si intrecciava con il futuro. Ugolino, con la serietà tipica dell'uomo di commercio abituato ai rischi, si concentrò presto sulle nuvole nere che si stavano addensando a causa dei rapporti tesi tra Venezia e Genova. Confermò a Leonardo la gravità della missione che lo aveva condotto a Chioggia, sottolineando quanto fosse vitale fortificare la città prima che la situazione degenerasse.

Ma l'anziano mercante non nascose a Leonardo anche la sua più profonda preoccupazione: quella per i suoi due figli maggiori che in quel momento, ignari della crescente tensione, stavano solcando i mari con le navi di famiglia. Sapeva che, in caso di guerra aperta, le loro imbarcazioni e le loro vite sarebbero state le prime a essere prese di mira dalla flotta genovese, e in quel pensiero, l'orgoglio per il ritorno di Leonardo si mescolava all'ansia per gli altri due figli lontani.

 

Quella notte, dopo il lungo e intenso ricongiungimento, Lucia e Leonardo furono accompagnati nella piccola stanza per gli ospiti. Il letto era grande e soffice, le lenzuola profumavano di pulito e di lavanda secca, ma Lucia faticò a prendere sonno. Sentiva il silenzio di Chioggia, un silenzio più profondo e meno frenetico del brulichio perenne di Venezia. Si strinse a Leonardo, che era sveglio quanto lei, assorto nei pensieri del giorno.

Lucia: "È una bella casa, Leonardo. Molto... importante."

Leonardo, accarezzandole i capelli con tenerezza, rispose con un filo di voce: "Lo è. Per questo mi ha dato tanto coraggio andarmene. Sapevo che, se avessi fallito a Venezia, avrei potuto sempre tornare qui e finire sulle navi con i miei fratelli."

Lucia: "Ma non sei tornato per fallimento. Sei tornato da mastro. Il migliore."

Il loro dialogo si spense in un bacio, un patto rinnovato tra le mura della casa paterna di lui, in attesa del sole che avrebbe portato con sé l'inizio del loro lavoro: costruire un futuro solido in un luogo che doveva diventare una fortezza.

 

Nel frattempo, la gilda di Leonardo si era sistemata in un palazzo non lontano, messo a disposizione dal Senato veneziano. Questo grande edificio sarebbe diventato la loro sede operativa e residenziale. Non era una semplice caserma, ma una vera e propria domus di cantiere: con ampi spazi comuni per dormire e mangiare, magazzini per gli attrezzi e i materiali, e perfino una cappella per le preghiere.

 

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