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Categoria: Fino al 475 d.C.
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La  Battaglia del Frigido del 394 d.C. e la santa bora. La bora come il respiro di Dio?

 

Chi non ricorda il finale di “Indiana Jones e l’Ultima Crociata” girato a Petra? Il vecchio Professor Jones (Sean Connery) ferito e Junior “Indiana” Jones (Harrison Ford) che deve affrontare le tre prove della fede per accedere alla stanza del Sacro Graal?

Le tre prove sono effettivamente tratte da credenze medioevali relative al Sacro Graal o comunque al trionfo della cristianità.

In ordine sono:

● Il respiro di Dio – solo l’uomo penitente potrà passare

● La parola di Dio – solo sulle orme di Dio egli potrà procedere

● Il cammino di Dio – solo saltando con un balzo dalla testa dal leone egli dimostrerà il suo valore

Ovviamente la terza è la più cinematografica ed iconica, essendo anche basata su una celebre illustrazione di fede templare.

 

Le tre prove dal libretto del prof. Jones

 

Il cammino della fede

Forse invece è meno noto che la prima prova, “Il respiro di Dio”, possa derivare da un fatto accaduto a pochi chilometri dal confine tra Italia e Slovenia, nella valle del Vipacco.

Francobollo commemorativo della Slovenia

 

Siamo nel mattino del 5 settembre 394 d.C., sulle sponde del fiume Frigidus (Vipacco), al di qua delle Alpi Giulie. Due eserciti, entrambi “romani” di nome, ma in effetti largamente barbarici per composizione etnica, consuetudini e mentalità, si fronteggiano minacciosamente presso questo affluente dell’Isonzo che, da sempre, costituisce la “porta” per l’invasione dell’Italia da parte di popoli ed eserciti provenienti da Nord e da Est.

La battaglia vide opporsi gli eserciti dell'imperatore romano d'Oriente Teodosio I e dell'"usurpatore" del trono dell'Impero romano d'Occidente, Flavio Eugenio. La battaglia iniziò bene per le truppe di Eugenio ma i cronisti dell'epoca raccontano che un vento improvviso gettò scompiglio fra le loro file, le frecce scagliate non riuscivano a raggiungere il nemico.

La cronaca della battaglia

Sulle alture verso sud ovest (dal lato delle pendici del Carso), in posizione imprendibile, è appostato l’esercito di Flavio Eugenio, colui che ha restituito ai templi gli antichi sussidi statali, sia pure sotto forma di concessione alle famiglie sacerdotali dei senatori pagani; che ha fatto nuovamente collocare l’Altare della Vittoria, dopo interminabili dispute, nell’aula del Senato; che ha tolto ogni divieto e limitazione alle pratiche dell’antico culto.

Eugenio, ex magister scrinii elevato al rango imperiale dal generale franco Arbogaste dopo la morte sospetta di Valentiniano II, il 15 maggio 392, non era un pagano ma un cristiano del partito moderato, che non intendeva certo avviare una persecuzione anticristiana: l’esempio fallimentare di Giuliano del 361-63 (e cioè solo trent’anni prima), era un chiaro ammonimento. Eugenio e Arbogaste avrebbero voluto, casomai, restaurare quel clima di felice tolleranza religiosa, che ancora era stato possibile sotto Valentiniano I, al 364 al 375, e al quale aspiravano di tornare gli spiriti più equilibrati e prudenti dopo la dura politica antipagana della dinastia di Costantino.

Già nel 393 Eugenio raccolse tutte le armate a propria disposizione e prese possesso dell'Italia; procedette poi a fortificare le Alpi Giulie e, probabilmente, a costruire il primo Castrum a Soffumbergo. Secondo un aneddoto, Eugenio e Arbogaste, nell'atto di lasciare Milano per dirigersi con la propria armata al Frigido, avrebbero minacciato di ridurre la basilica di Milano in una stalla e di mandare sotto le armi i chierici. Paolino, il biografo del vescovo di Milano Ambrogio, afferma che Eugenio avrebbe acconsentito a restaurare l'Altare della Vittoria nonché le spese per le cerimonie pagane, cedendo così alle richieste dei senatori pagani appoggiate dal prefetto del pretorio Flaviano e dal comes Arbogaste. Questo, a detta di Paolino, avrebbe contrariato Ambrogio, il quale decise di lasciare Milano non appena fu informato che Eugenio aveva intenzione di spostare la propria corte proprio in quella città.

Dall’altra parte avanzava l’esercito di Teodosio il Grande. Si può presumere che la spedizione partì da Costantinopoli nel maggio del 394, a giudicare dalle date delle leggi del Codice Teodosiano, che attestano che Teodosio si trovava a Costantinopoli nell'aprile 394, a Eraclea (da identificare forse con Perinto) il 20 maggio 394 e ad Adrianopoli il 20 giugno dello stesso anno. Teodosio era il campione dell’ortodossia cattolica contro pagani e ariani, e fu dominato dalla poderosa figura del vescovo Ambrogio di Milano, che per due volte gli ha imposto – umiliandolo – il volere della Chiesa: quando gli ha fatto rimangiare l’ordine di ricostruire la sinagoga di Callinico (sull’Eufrate) a spese della comunità cattolica, che l’aveva incendiata e distrutta; e quando gli ha imposto pubblica penitenza per la strage di Tessalonica (nel natale del 390), vera e propria vigilia di Canossa. Nel febbraio 390 Teodosio emana l’assoluto divieto del culto pagano in Roma; nell’estate successiva ordina la distruzione del tempio di Serapide ad Alessandria d’Egitto. Nell’aprile del 392 annulla una sua precedente legge che proibiva ai monaci, “gente che si ciba di disordini”, di risiedere nelle città, e ordina di applicare sino in fondo tutti i precedenti editti anti-pagani contro i templi e contro il culto degli dèi: anche se praticati nelle case private, anche se praticati mediante sacrifici incruenti.

I luoghi della battaglia

Ora immaginiamo l’esercito di Teodosio arrivare seguendo la linea rossa, passando per la valle che passa dietro al Monte Nanos e da Lubiana attraversa le alpi in un punto molto poco impervio e poco esposto al maltempo (di cui probabilmente era a conoscenza, in quanto, come vedremo dopo, aveva un esercito formato anche da truppe reclutate sul posto).

L’esercito d’occidente, condotto da Arbogaste, si era invece posizionato sulle alture del Carso, ai piedi del castello che poi si sarebbe chiamato di Riffemberg (pentagono blu), e che ben si vede sullo sfondo della riproduzione della battaglia del Valvasor.

Il castello di Branik (Riffemberg)

 

La battaglia del Frigido nell'illustrazione del Valvasor. Sullo sfondo il castello di Riffemberg

 

Teodosio affidò il comando dell'esercito regolare romano a Timasio e a Stilicone. L'esercito orientale era rimasto mal organizzato in seguito alla battaglia di Adrianopoli del 378. All'esercito regolare romano si unirono gli alleati o foederati barbari, reclutati in maniera massiccia e posti sotto il comando dei loro capi tribù, a loro volta subordinati a ufficiali romani di origine barbarica. Inoltre più di 20000 foederati visigoti combatterono al Frigido per Teodosio condotti in battaglia dal loro capo tribale Alarico.

Alarico re dei Goti

L'esercito di Arbogaste ed Eugenio comprendeva sia truppe regolari romane che ausiliari e foederati barbari, soprattutto Franchi e Alemanni.

Il 5 settembre 394 l’attacco dell’esercito di Teodosio viene respinto e l’esercito orientale, a sua volta, corre il pericolo di essere aggirato e distrutto. Ciò non avviene solo perché un reparto dell’esercito occidentale, sulla cui manovra l’abile Arbogaste aveva specialmente contato, si lascia corrompere e permette, così, alle truppe di Teodosio di salvarsi.

La giornata terminò quindi con una felice difesa delle truppe di Eugenio; inoltre Arbogaste aveva inviato un distaccamento, condotto dal comes Arbizione, per chiudere il passo alle spalle di Teodosio. Teodosio, circondato dal nemico e conscio che ogni via di fuga gli era preclusa dalle truppe nemiche che occupavano le alture alle sue spalle, si sarebbe prostrato al suolo e avrebbe pregato il Signore affinché intervenisse il suo soccorso. Con un po’ di fantasia non ci dispiace immaginarlo così:

L'ultimo cavaliere in preghiera da "Indiana Jones e l'ultima crociata"

 

Al sorgere del sole, si alzò impetuosa la bora (che soffia con particolare violenza in quella parte della Valle del Vipacco), che gettò nello sconcerto l’esercito schierato nella pianura, senza alcun riparo.

 

La bora nella valle del Vipacco oggi. Le conseguenze della bora oggi sui luoghi della battaglia (sullo sfondo le alture con il castello)

 

La croce di Teodosio che ricorda il luogo della preghiera a Vrhpolje

Scrive lo storico Corrado Barbagallo:

La dimane (6 settembre) il combattimento fu ripreso. I soldati di Arbogaste avevano tolto dalle loro bandiere il monogramma di Cristo e lo avevano sostituito con l’mmagine di Ercole, cara a Diocleziano e a tutti gli imperatori romani fin dal secondo secolo. Sulla linea della battaglia, come sui passi più minacciati, erano state collocate le immagini di Giove Capitolino, armato di folgore e rivolto contro i nemici. Paganesimo e cristianesimo, Occidente ed Oriente si affrontavano a pie’ delle Alpi in quella giornata storica. E vinse ancora una volta il labaro cristiano! Nembi di polvere, sollevati dalla micidiale bora carsica, paralizzarono, accecarono l’esercito occidentale, che alla fine fu sopraffatto e distrutto. Flaviano che, nella sua qualità di console dell’anno, così come s’era usato nell’antica Repubblica, conduceva uno dei corpi dell’esercito di Occidente, s’uccise; Eugenio, fatto prigioniero, fu decapitato dai soldati; Arbogaste si uccise due giorni dopo”.

E lo storico greco Zosimo:

La testa di Eugenio, conficcata su una lunghissima asta, fu portata in giro per tutto il campo (…). Arbogaste, al quale non importava la clemenza di Teodosio, fuggì tra i monti più impervi; ma quando si accorse che quelli che gli davano la caccia perlustravano ogni luogo, si uccise con la spada, preferendo morire con le sue mani piuttosto che essere catturato dai nemici

«I soldati presenti mi hanno riferito che venivano strappati loro di mano i giavellotti, perché un vento impetuoso soffiava dalle schiere di Teodosio contro le schiere avverse e non solo portava via con violenza tutti i dardi che erano scagliati contro di loro ma addirittura faceva tornare indietro contro i nemici le loro stesse frecce. Per questo il poeta Claudiano, per quanto contrario al cristianesimo, ha cantato nel panegirico per lui: O prediletto di Dio, per cui Eolo fa uscire dagli antri un ciclone in armi, per cui combatte l'atmosfera e i venti si adunano come alleati per le azioni militari.» (Agostino da Ippona, De civitate Dei, V,26.)

Agostino e Orosio notano, inoltre, a conferma della versione cristiana del provvidenziale intervento della bora come evento decisivo della battaglia, che persino un poeta pagano come Claudiano fu costretto ad ammettere nei suoi versi che Teodosio vinse Arbogaste grazie alla bora.

Dai panegirici di Claudiano, che acquisirono popolarità in entrambe le parti orientale e occidentale dell'Impero romano, si diffuse poi l'idea della bora che avrebbe deciso la battaglia. L'intervento della bora, del resto, si adattava bene all'idea che la battaglia sarebbe stata combattuta tra Pagani e Cristiani: Teodosio, in qualità di imperatore cristiano, sarebbe stato aiutato dalla provvidenza divina tramite la bora.

Il Soffio di Dio, appunto.

Una conseguenza di lunga durata dello scontro del 394 tra gli eserciti romani d'Oriente e d'Occidente fu che l'accesso alle piane della provincia Venetia et Histria rimase completamente sguarnito: a detta del poeta latino Claudio Claudiano, le torri e le mura delle Chiuse (Claustra Alpium Iuliarum), che erano una specie di vallo alpino costruito nel 270, furono demolite nel corso della battaglia e, difatti, non si ha più notizia né di un loro utilizzo né della presenza sulle Alpi orientali di truppe romane ai tempi delle discese di Alarico I in Italia.

Fu anche una delle prime battaglie dove incise l'arruolamento di intere bande di barbari, e da allora l'imbarbarimento dell'esercito romano fu massiccio e deleterio.

I Visigoti, ad esempio, una volta tornati in Tracia, essi decisero di rivoltarsi, sotto la guida di Alarico, eletto loro capo unico. Il loro scopo era ottenere il rinnovo del trattato del 382 a condizioni per loro più favorevoli e la nomina del loro capo Alarico a magister militum dell'esercito romano. Conseguenza della battaglia del Frigido fu dunque anche la rivolta dei foederati Visigoti e l'ascesa di Alarico, che avrebbe poi condotto i suoi connazionali a saccheggiare la stessa Roma (24 agosto 410), rimasta inespugnata sin dal sacco del 387 a.C.

Sul piano economico, la concentrazione degli eserciti nella Venetia et Histria orientale e lo scatenarsi nel 394 di alcune calamità naturali (terremoti e allagamenti) sortirono degli effetti così disastrosi da imporre al nuovo imperatore d'Occidente Flavio Onorio una relaxatio (condono) delle imposte annonarie nell'Italia del Nord.

Tradizionalmente, sulla base della versione della battaglia tramandata da Tirannio Rufino e dagli altri scrittori cristiani che lo hanno usato come fonte, l'usurpazione di Eugenio è stata interpretata come un ultimo tentativo di restaurazione del paganesimo in Occidente, e la battaglia come uno scontro tra Pagani e Cristiani; secondo questa interpretazione predominante degli avvenimenti, il risultato della battaglia decise il destino della cristianità nell'Impero romano d'Occidente.

 


Scritto da:

Andrea Acanfora