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 Nel 476, dopo circa sette secoli di dominazione romana, il Friuli passò sotto il governo di Odoacre.

 monastero di Beligna

Nel 476, dopo circa sette secoli di dominazione romana, il Friuli passò sotto il governo di Odoacre.

La posizione istituzionale di Odoacre non era ben chiara. Il suo potere era fondato sulla forza dei soldati, il cui appoggio era stato ottenuto con la promessa della hospitalitas negata da Flavio Oreste.

Per hospitalitas si intende un istituto giuridico attivo nell'Impero Romano giunto alla sua ultima fase, per cui, nel caso i soldati non avessero un luogo dove alloggiare, i cittadini erano tenuti dalle leggi dell'impero ad ospitarli in casa loro, cedendo loro un terzo della casa; erano però esentati da questo gravoso obbligo il clero, i medici, gli insegnanti, gli armigeri e i pittori.

Il comportamento della corte orientale nei confronti di Odoacre fu ambiguo: alla richiesta del titolo di "patrizio" fatta da Odoacre, Zenone rispose che la concessione era competenza di Giulio Nepote, ma in una lettera privata a Odoacre lo stesso Zenone gli si rivolgeva chiamandolo proprio "patrizio" perché probabilmente gli era stato concesso dal Senato romano.

L'invio delle insegne imperiali a Costantinopoli era tuttavia un messaggio chiaro: l'Occidente non aveva più bisogno di un imperatore separato, poiché "un monarca era sufficiente per governare il mondo". In risposta, Zenone accettò i doni osservando che "...i Romani d'Occidente hanno ricevuto due uomini dall'Impero d'Oriente, cacciandone uno e uccidendo l'altro, Antemio". Zenone quindi riconobbe a Odoacre l'autorità legale per governare in Italia in qualità di magister militum: gli suggerì però di riaccogliere Giulio Nepote come imperatore dell'Occidente Odoacre. Tuttavia non invitò mai Giulio Nepote a rientrare in Italia, e questi rimase in Dalmazia fino alla morte.

 

Odoacre non cambiò il tipo di governo precedente. Mantenne a Roma i consoli ed il senato mentre nelle città mantenne i governi municipali e le curie. In particolare ristabilì il consolato a Roma in quanto vacante da sette anni. Sebbene ariano, rispettò i cattolici e protesse il clero.

Odoacre doveva comunque soddisfare la promessa fatta ai suoi conterranei ossia fece una sola grande modifica: distribuì un terzo delle terre ai suoi  Barbari. E’ improbabile che a ciascun guerriero abbia assegnato dei poderi isolati in quanto sarebbe stato contrario alle norme basilari sulla sicurezza. Probabilmente la distribuzione fu collettiva in modo tale che ciascun capo avesse con sé i propri compagni. Per l’Italia non fu un grande danno in quanto, a causa di passate epidemie, L’Emilia e l’Etruria erano praticamente spopolate.

Diversi studiosi ritengono che le scelte politiche di Odoacre erano orientate a sviluppare un clima di cooperazione con l’aristocrazia senatoria, valorizzando il senato, il solo corpo competente

e legalmente costituito capace di far funzionare lo stato a cui fu riconcesso il diritto di coniare monete di bronzo a proprio nome, riproponendo l’antica consuetudine in base alla quale al più anziano fra i consoli era attribuito il titolo di prior senatus, rivitalizzando le funzioni del praefectus praetorio.

I governi municipali erano semplicemente delle amministrazioni civili. I barbari non distrussero i governi comunali ma, sotto una brutale dominazione, i municipi dovevano autotassarsi per mantenere le proprie strade e ponti, dovevano eleggere colui che aveva il compito di riscuotere le tasse imposte da Odoacre, riunirsi per nominare i parroci e i vescovi.

I governi municipali erano formati: dalle adunanze popolari; in un consiglio più ristretto chiamato Ordo dei decuriones; in due o più magistrati esecutivi a carica annuale; parecchi tribuni ed ufficiali inferiori. Venne anche mantenuta la Curia che avevano il compito di conservare le cose sacre, fare pubblici affari e le adunanze pubbliche. Si intendeva anche un luogo di giustizia.

Odoacre ottenne un importante successo diplomatico e politico.

Poco prima di morire, nel 477, Geiserico decise infatti di stipulare un’alleanza con Odoacre per consolidare il regno del suo successore. In cambio dell’amicizia, i Vandali cedettero gran parte della Sicilia a Odoacre, che nel giro di pochi anni si impadroni di tutta l’isola. Il sicuro possesso della Sicilia rese il regno d’Italia indipendente dai rifornimenti dell’Africa. Il buon governo di Odoacre diede nuovo impulso alla produzione dei cereali sull’isola, e nel breve volgere di qualche anno la regione torno a un alto grado di prosperità.

Il monastero di Beligna

Nel 485 fu eletto vescovo Marcelliano che fece costruire, poco distante da Aquileia, il monastero di Beligna  con i resti di un antico tempio dedicato al dio Beleno e lo arricchì di reliquie di Santi. Quattrocento anni dopo, il patriarca Massenzio lo fece restaurare e lo diede a dei monaci.

Recentemente sono stati fatti degli studi nella zona ove sorgeva il monastero. La basilica del fondo Tullio alla Beligna venne scoperta casualmente sullo scorcio del XIX secolo.

La basilica sorgeva ai margini della via per Grado, nell'area dove viene localizzato un importante centro di culto pagano sacro a Beleno e dove è attestata la più importante necropoli di Aquileia. Il luogo era attivo dal I secolo a.C., con una continuità d'uso che, con una flessione nel III secolo, giunge almeno fino al V secolo. La più recente delle epigrafi datate è del 423, ma questo non significa che l'uso funerario de! sito non si sia protratto anche oltre questa data. In base allo studio dei mosaici rinvenuti, la datazione della struttura è compatibile con il V secolo.

 

 

 

 

 

  1. Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858
  2. Cesare Balbo. Storia d’Italia sotto i barbari. 1856
  3. Gisella Cantino Wataghin . LE BASILICHE DI MONASTERO E DI BELIGNA: FORME E FUNZIONI
  4. Francesco Bertolini, Storia del Medioevo, 1866
  5. Claudia Giuffrida, Margherita Cassia, Silenziose Rivoluzioni; La Sicilia dalla tarda antichità al primo Medioevo, 2015
  6. Umberto Roberto, unità e divisioni dell’impero (dalla morte di Valentiniano III all’età di Giustino I, 455-527)