La fine dell’Alto Medioevo.  Vescovi e monasteri nuovi protagonisti del governo locale

 

 

Fino a tutto il secolo IX, l’imperatore prima ed i re italici poi, sembra disponessero nell’odierno territorio a cavallo tra Veneto e Friuli di un ampio patrimonio pubblico. L’estensione del territorio era frutto anche delle grandi confische seguite al tentativo di rivolta della nobiltà longobarda nel 776.

 


 

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Un patrimonio di cui i re progressivamente si svestirono mediante assegnazioni o donazioni secondo la formula della concessione iure proprietario, ossia attraverso la cessione del diritto di proprietà.  Questa tendenza trovò compimento nel 1077 con la donazione dell’intero comitato del Friuli, effettuata dall’imperatore Enrico IV al patriarca Sigeardo.

Nei secoli precedenti al 1077, gli imperatori gestirono i rapporti di potere con le principali realtà locali, ristabilendo legami anche con quei collaboratori che prima avevano tradito la loro fiducia oppure puntando su personalità emergenti. Fra queste ultime ebbero un notevole peso gli ecclesiastici, in particolare i patriarchi di Aquileia. All’epoca i vescovi rappresentavano una garanzia in termini di «cultura della stabilità» e di propensione al governo dei centri urbani.

Ad esempio i sovrani carolingi si rivolgevano, nella maggioranza dei casi, a forme di organizzazione già esistenti nel territorio: in questo scenario il tessuto diocesano assunse sempre maggiore importanza. Questi rapporti erano in contrasto alle  grandi giurisdizioni pubbliche che continuavano a svolgere un ruolo di natura essenzialmente militare.

 


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Con Eberardo il ruolo di funzionario del marchese acquistò importanza in quanto, grazie ad un periodo prevalentemente di pace, fu possibile procedere ad una riorganizzazione della Marca del Friuli.

 


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Grazie a questo periodo di stabilità, il marchese Eberardo promosse iniziative culturali di un certo livello che crearono le condizioni per nuovi rapporti tra l’amministrazione centrale e le principali chiese della regione.

Questi elementi contribuirono, tra il IX ed il X secolo, ad un rafforzamento del patrimonio nelle mani dei vescovi.

Si ipotizza che durante la lunga dominazione longobarda, almeno fino alla conquista del Friuli ad opera di Carlo Magno, il ruolo dei vescovi era stato ridimensionato a vantaggio dei duchi locali. E' fuor di dubbio che il «salto di qualità» dei vescovi avvenne proprio sotto i carolingi, perché è proprio dai più antichi diplomi di Carlo Magno, pur seriamente compromessi dalle ricorrenti falsificazioni successive, che emergono i più diretti riconoscimenti concernenti il loro ruolo e la loro importanza sociale.

 


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Il maggior peso dei vescovi non emerge solo dalla maggiore chiarezza delle fonti, ma anche perché, almeno fino agli inizi del X secolo, non vi sono stabili forme di controllo o di amministrazione in mano agli ufficiali pubblici nel territorio, ed il ruolo del marchese friulano è essenzialmente da riferirsi ad azioni militari di rilevanza sovraregionale.

 

 

Luigi Zanin, L'EVOLUZIONE DEI POTERI DI TIPO PUBBLICO NELLA MARCA FRIULANA DAL PERIODO CAROLINGIO ALLA NASCITA DELLA SIGNORIA PATRIARCALE, tesi di Dottorato di ricerca in Storia sociale europea dal medioevo all'età contemporanea, Università Ca’ Foscari di Venezia

 

 


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