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Tra l’809 e 810 ci fu la battaglia tra Pipino ed i Veneziani.  Al termine di questa guerra ci sarà una nuova Venezia.

 

 

Alla morte del duca Erich, avvenuta nel 799 ,

Alcune fonti ritengono che il successore fu Unfrido, dal 799 al 804 e già margravio d’Istria.

Dal 808 all’817 fu conte del Friuli Aione, un funzionario carolingio, quindi Ludovico il Pio, re dei Franchi, nominò Caldalao  conte del Friuli verso l'817.

Altre fonti ritengono che Caldalao venne nominato dopo la morte di Erich. Caldalao morì nel 819.

 

La morte del patriarca Giovanni di Grado

Nell’802 ci fu il saccheggio di Grado da parte dei veneziani. In questa occasione il patriarca Giovanni venne catturato e ucciso gettandolo da un’alta torre. Le motivazioni di questa uccisione sono da ricondurre al fatto che il Patriarca si rifiutò di consacrare Cristoforo Damiato a vescovo del castello di Venezia.

 

Secondo l'Origo civitatum Italiae seu Venetiarum, Giovanni sarebbe stato di origine triestina, ma di lui non si hanno notizie precedenti al 766.

Giovanni si ritrovò a gestire una situazione assolutamente difficile: dal punto di vista ecclesiastico si era nel pieno dello scontro con il patriarcato di Aquileia, che rivendicava di comando della Venetia et Histria; da quello politico in quanto la Laguna attraversava un periodo di grave instabilità, dovuta in particolare alla decadenza dei Longobardi a favore dei Franchi.

In un'epistola inviata a papa Stefano III, Giovanni descrisse il clima di violenza e prevaricazione in cui viveva la sua Chiesa, vessata dai Longobardi, e di come stentasse a imporre la propria autorità sulle diocesi e i monasteri istriani, che approfittavano di questo momento di difficoltà per emanciparsi. Il pontefice rispose chiamando i vescovi istriani a rimettersi alle dipendenze dal patriarca, ma l'ordine venne sostanzialmente ignorato. L'arrivo dei Franchi non fece che aggravare questa situazione, poiché con l'amministrazione carolingia le diocesi assunsero sempre maggiori poteri e autonomia anche dal punto vista temporale.

Vero è che Giovanni stesso fu l'artefice di un'assidua, e probabilmente segreta, attività diplomatica in Istria, creando contatti specialmente con la nobiltà locale. Dei suoi risultati furono al corrente sia il papa, sia Carlo Magno ed ebbe probabilmente l'appoggio del doge Giovanni Galbaio e di suo figlio Maurizio, coreggente.

I rapporti con il doge, tuttavia, si guastarono dopo poco tempo. Giovanni, infatti, si orientò sempre più verso una politica filo-franca, in contrasto con le aspirazioni autonomistiche dei Galbai. Non è un caso, quindi, il patriarca si oppose alla nomina del greco Cristoforo a vescovo di Olivolo, attorno al 798 circa.

La vendetta dei Galbai si compì qualche tempo dopo: nell'802 Grado fu raggiunta da una flotta capeggiata dal coreggente Maurizio; mentre la città veniva messa a ferro e fuoco, Giovanni fu catturato e fatto precipitare da una torre del castrum in cui risiedeva.

Gli succedette il nipote Fortunato che ne perseguì la linea politica.

 

Nel 802 ci fu anche la morte del Patriarca Paolino d’Aquileia. Il suo successore fu Orso.

Fortunato, parente di Giovanni di Grado, fu eletto patriarca di Grado da papa Leone III. Sin da subito meditò vendetta e congiurò contro i dogi di Venezia ma fu scoperto. Fuggì da Grado e si trasferì in Francia sotto la protezione di Carlo Magno.

 

Pipino attacca Venezia.

A Venezia c'erano due fazioni, una favorevole all’impero bizantino, un’altra a favore dell’impero d’occidente. La città viveva ormai una autonomia quasi totale da Bisanzio, ma deveva giostrarsi tra le due “superpotenze” mondiali dell’epoca. Così accadde che in quel periodo di Dogi ve ne siano ben tre in carica, i fratelli Obelerio, Beato e Valentino, i quali, favorevoli ai Franchi invocarono le clausule di un trattato per chiamare il re Pipino ad occupare la laguna e dar man forte alla loro fazione. 

 

La reazione franca fu determinata anche dall'atteggiamento ambiguo del doge Obelerio, incerto se allearsi con una o l'altra potenza. Obelerio era un esponente filo-franco ma l'arrivo della flotta bizantina a Venezia lo aveva fatto passare senza indugi dalla parte di Costantinopoli.

A detta di Giovanni Diacono, i Franchi attaccarono le lagune sia dal mare che dalla terraferma, conquistando rapidamente i centri più periferici come Grado. In particolare, giunsero sino ad Albiola (centro portuale della laguna veneta). Verso l'estate dell'810 la notizia del nuovo approssimarsi della flotta bizantina e di fronte al diffondersi di malattie dovute all'aria malsana, i Franchi decisero di forzare la situazione di stallo.

“I Veneziani, vedendo re Pipino avanzare contro di loro con il suo esercito e con il proposito di sbarcare la cavalleria sull’isola di Metamauco (Lido) bloccarono il passaggio con una barriera di pali sporgenti. Così la gente di re Pipino, ridotta all’impotenza, perché non poteva attraversare altrove, si accampò davanti a loro nella terraferma per sei mesi, combattendo con essi ogni giorno. E i veneziani avanzarono con le navi e presero posizione dietro la barriera che avevano costruito, ma Pipino restava con la sua gente sulla riva del mare. E i veneziani combattevano con le frecce e le armi da lancio, impedendogli di attraversare e raggiungere l'isola. Re Pipino, non sapendo cosa fare, si appellò ai veneziani dicendo: “Voi siete sotto il mio potere e la mia protezione, perché voi appartenete alla mia terra e ai miei dominì”. Ma questi risposero: “Noi vogliamo essere i servitori dell’imperatore romano (Bisanzio), e mai saremo i tuoi”. In realtà quest’ultima frase, scritta da Costantino VII pecca di partigianeria e travisa la realtà  e il fatto che i veneziani badassero essenzialmente ai propri interessi.

A questo punto le sorti del conflitto si capovolsero: durante lo scontro finale, avvenuto nelle acque lagunari alle spalle di Malamocco, la flotta franca, impacciata nelle manovre tra gli intricati intrecci lagunari di canali e bassifondi, fu facile preda delle agili imbarcazioni veneziane; gli invasori furono annientati e, secondo la tradizione, il massacro fu tale da lasciare il toponimo canal Orfano presso il luogo dello scontro.

Nel frattempo il duca Caldalao assalì i veneziani con bande friulane e franche nella zona delle paludi situate nei pressi del confine tra Veneto e Friuli.

Pipino dopo un po’ dovette tornarsene da dove era venuto. I tre dogi furono esiliati, malgrado avessero partecipato alla difesa della città contro l’invasore.

Quello stesso anno, Pipino si ammalò e morì a Milano l’8 luglio 810.

Nel frattempo Niceforo, imperatore bizantino, venne a conoscenza delle manovre di Pipino e spedì il suo ambasciatore al fine di trattare con il re franco. Trattando con Carlo Magno vennero accolte le proposte di pace in cambio i veneziani dovettero pagare una somma di denaro annualmente.

Dallo scontro tra questi ultimi e i Franchi, nacque una nuova e vincente realtà lagunare. A conferma di questo, parla anche il trattato di pace tra Venezia e i Franchi (Aquisgrana 812), con il quale veniva riconosciuto all’area il suo storico legame con Bisanzio, oltre che la libertà di commercio per i Veneziani in tutto l’Impero con diritto di possedimenti e protezione, mentre Carlo cedeva in più un tratto di terra ferma lungo il fiume Sile. La nuova Venezia, la Venezia di Rialto, metteva così piede anche nell’immediato entroterra.

 

 

La spedizione di Pipino, re dei Franchi, contro Venezia 

Storia veneta – La disfatta di Pipino, presso Albiola i Franchi sono fermati 

Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858

 

 

 


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