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I primi duchi del Friuli e le incursioni degli Avari.

 

 

Gisulfo I fu il primo duca  duca del Friuli dal  569  al  581  circa.

 

 Il suo successore fu Grisulfo I che fu punito da re Autari  in quanto stava per passare dalla parte dei bizantini.

Nel 590 venne nominato duca Gisulfo II, figlio di Gisulfo I. Inizialmente oppositore del re Agilulfo, nel  603  si riconciliò con il sovrano. Intervenne nelle questioni relative al  patriarcato di Aquileia, allora investito dallo  Scisma tricapitolino.

Nel  607  il patriarcato fu scisso tra due patriarchi: uno, aderente allo scisma, legato ai  Longobardi  e l'altro, che risiedeva a  Grado, vicino ai  Bizantini  e fedele a  Roma. Gisulfo II sostenne l'elezione a patriarca del tricapitolino  Giovanni  in opposizione al  cattolico  Candidiano.

 

 

Nel 610 la tranquillità del ducato longobardo in Friuli venne sconvolta dall’attacco degli Avari.

Gli  Avari  erano, secondo la teoria più accettata, un  popolo nomade di  lingua turcica, strettamente imparentato con i  Protobulgari, che si stabilì, fondando un proprio Stato, nell'area del  Volga  nel  VI secolo.

Gli Avari durante la grande migrazione svolsero un ruolo importante nella storia dei croati. Nella seconda metà del VI secolo si stabilirono alla foce del Danubio, e al servizio bizantino sconfissero gli Anti e gli Slavi che erano alleati. Nelle due campagne contro i Franchi, nel 562 e nel 565, arrivarono fino ad Albona (Labin), ma furono respinti dagli avversari.

Insieme con i Longobardi, nel 567 sconfissero i Gepidi, e dopo che i Longobardi nel 568 si trasferirono sulla penisola appenninica questi diventarono i padroni della Pannonia, soggiogando le tribù slave locali. Dopo la conquista della Pannonia, Bisanzio, minacciata dai Persiani, gli assegnò nel 574 una parte di Sirmia (Srem), ma essi, nel 582, occuparono Sirmio (l'antica Sirmium), città strategica per le irruzioni verso Costantinopoli. Nei decenni successivi gli Avari combatterono ripetutamente contro Bisanzio nei Balcani insieme alle tribù slave che avevano assoggettato, e con frequenti campagne saccheggiano i territori dei loro vicini a ovest (i Bavari e i Longobardi).

L’Istria nel 588 fu invasa, predata, ma non sottomessa dall’esercito di re Autari retto da Evino Duca di Trento. L’esercito era composto da Longobardi, Avari e Sclavi. Sclavi e Schiavoni ricomparvero nel 604 in Istria devastando parecchie città della Dalmazia. Questi popoli erano sudditi degli Avari.

 

 

 

Nel 611, gli Avari sotto il comando di re Cacano invasero il Friuli entrando nel territorio di Gorizia.

Morto il vecchio Cacano, col quale i Longobardi avevano concluso un trattato di perpetua amicizia ed alleanza, venne nominato un giovane successore. Il Muratori sottolinea che gli Avari chiamavano il proprio re Cacano, il termine significava proprio "re".

Il nuovo re degli Avari era un giovinastro con sete di gloria che non si ritenne obbligato ad osservare gli impegni del proprio predecessore. Pertanto riunì un esercito immenso e si diresse alla volta del Friuli.

Gisulfo II, duca del Friuli, cercò di fortificare i principali castelli del suo Ducato e di dare asilo agli abitanti delle campagne. Riunì tutti gli abili alla guerra e andò incontro al nemico ma venne sopraffatto e ucciso.  Caduto il capitano, i Longobardi sopravvissuti si diedero alla fuga.

Dopo la vittoria, gli Avari infierirono su tutto il territorio friulano con saccheggi ed incendi ed assediarono Foro Juliese (Cividale del Friuli).

 

 

Paolo Diacono, che ci riporta gli eventi significativi di questo assedio, ci racconta che venne attribuita la colpa di questi tragici avvenimenti a Romilda, moglie del defunto duca, che, trovandosi in Cividale durante l’assedio, avrebbe proposto al loro comandate di concedersi a lui in moglie se l’avesse risparmiata dalla furia del suo esercito. Gli Avari così saccheggiarono la città, trassero in schiavitù quanta più popolazione poterono e promisero di uccidere tutti gli abitanti maschi maggiorenni.

Il racconto di Paolo Diacono convince poco ed è scarsamente verosimile. Come se non bastasse, esistono ragioni per pensare che egli lo abbia gonfiato, se non addirittura inventato di sana pianta, per un interesse personale, ossia per riscattare la memoria di un suo antenato coinvolto nella ingloriosa caduta di Cividale sotto i colpi degli Avari.

 

Gli storici pensano che a Cividale si rifugiarono la vedova del duca, Romilda, e un certo numero di persone non combattenti, soprattutto donne e bambini; le speranze di resistere erano poche, stante la schiacciante superiorità del nemico; per cui ben presto la duchessa decise di intavolare delle trattative e di raggiungere una resa patteggiata, forse con la promessa di risparmiare il saccheggio alla città e la riduzione in schiavitù degli abitanti.

Invece gli Avari, una volta entrati in Cividale, non risparmiarono né cose, né persone; rubarono tutto ciò che trovarono, incendiarono la sventurata città e condussero via, come schiavi, perfino i figli di Romilda, quattro maschi e quattro femmine. I primi riuscirono a fuggire dalla Pannonia e a tornare in Friuli, le seconde si sottrassero allo stupro con un’astuzia.

La loro madre, comunque, subì la sorte peggiore: dopo essere stata torturata e violentata, a turno, da ben dodici guerrieri, venne impalata alla presenza del re nemico, Cacano, il quale, dopo averla posseduta per una notte, non si trattenne dallo schernirla con parole insultanti, mentre la condannava al tremendo supplizio.

Il racconto continua con il ritorno degli Avari nei propri territori e con il disegno di uccidere tutti i maschi maggiorenni. Accortisi di ciò, i quattro figli di Gisulfo, che erano fra i prigionieri, riuscirono a fuggire. Il piccolo Grimoaldo però fu raggiunto da un Avaro e ripreso; il ragazzo non si perse d’animo, uccise il suo carceriere e riuscì a riunirsi ai fratelli.

Le figlie di Romilda seppero riscattare l’onore delle donne longobarde, sottraendosi alle cupidigie degli Avari con uno stratagemma: nascosero, sotto le vesti, della carne di pollo che, putrefatta dal caldo, cominciò ad emanare un tale fetore da tener lontano il pretendente più acceso.

Da quel momento, tra gli Avari fu uso maledire le donne longobarde e di chiamarle con il nome di fetide e puzzolenti. Paolo Diacono scrive che, nonostante la fama, una delle figlie di Romilda fu data in sposa al Re degli Alamanni e un’altra al Principe di Baviera.

 

 

 

 

 

Prospero Antonini, Friuli Orientale, 1865

 

Bernardino Zanetti, Del regno dei longobardi in Italia, 1753

 

Francesco Lamendola, “Vendicare l’onore di Romilda? Gli storici alle prese con la cavalleria verso le donne

 

 

 


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