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La lotta tra Smaragdo ed il Patriarca Severo.

 

 

Nel 585 Smaragdo, patrizio  bizantino, fu nominato   esarca  di  Ravenna.

Nel frattempo Papa Pelagio aveva scritto parecchie lettere al fine di convincere Elia ad abbandonare le sue idee scismatiche.  Nel 586 Elia muore e al suo posto fu nominato Severo, anch’esso scismatico che mantenne la sede patriarcale a Grado.

Nel 587, Papa Pelagio incaricò l’Esarca di Ravenna Smaragdo di convincere l’arcivescovo d’Aquileia Severo di rinnegare la sua adesione agli scismatici.

Ecco come  Paolo Diacono  descrisse l'episodio:

«Il patrizio  Smaragdo  venuto da Ravenna a Grado, lo tolse in persona dalla basilica e colla violenza lo condusse a Ravenna con tre altri vescovi istriani, cioè Giovanni di Parenzo, Severo (di Trieste) e Vindemio di Cissa, e con Antonio, già vecchio e difensore della chiesa. E minacciando loro l'esilio, e facendo loro violenza, li costrinse a comunicare con Giovanni vescovo di Ravenna che condannava i tre capitoli»

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 26)

 

In un memoriale redatto dai vescovi istriani si afferma che l’esarca utilizzò la violenza e le bastonate e prelevò con la forza i vescovi.

Severo e suoi vescovi rimasero imprigionati a Ravenna per un anno fino a quando accettarono il quinto Concilio generale. Ottennero la libertà ma, tornati a Grado, né il popolo né gli altri vescovi vollero riceverli.

 

«il popolo non volle comunicare con loro, né gli altri vescovi li accolsero.»

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 26)

 

 

Nel frattempo Smaragdo era stato richiamato a Costantinopoli  ed era stato sostituito dal patrizio Romano, uomo indifferente alle questioni dottrinali. Vista questa fortunata coincidenza, dieci vescovi, con a capo Severo, si riunirono in  sinodo  a  Marano. Severo ritrattò la sua  conversione  all'ortodossia e, perciò, lo  scisma tricapitolino  fu instaurato nuovamente verso la fine del  589.

Circa il numero dei partecipanti al sinodo, che per il cividalese Paolo Diacono, era di dieci, non c'è concordanza fra gli studiosi della storia friulana. Il Paschini, nella sua Storia del Friuli, ne conta 17 e ce ne dà anche l'elenco e la loro provenienza: Pietro di Altino - Chiarissimo di Concordia - Ingenuino di Sabiona nella Rezia Seconda - Agnello di Trento - Juniore di Verona - Oronzio di Vicenza - Rustico di Treviso - Fonteio di Feltre - Agnello di Asolo - Lorenzo di Belluno - Massenzio di Giulio Carnico - Andriano di Pola - Severo di Trieste - Giovanni di Parenzo - Patrizio di Emona (odierna Lubiana) - Vindemio di Cissa (in Istria) - Giovanni di Celeja (odierna Celie, Slovenia). Vescovi che provenivano da una certa distanza e che trovarono ospitalità a Marano per tutto il tempo della durata della disputa, che non fu nè facile nè breve.

Colui che indisse il Sinodo era il patriarca di Aquileia Severo. Convocò i Vescovi per spiegare la sua posizione nei confronti della famosa disputa che dilaniava la chiesa: la "controversia dei tre Capitoli". Questa, che aveva preso il nome dagli scritti di Teodoro, Teodoreto e Iba era nata come disputa teologica riguardante il modo di intendere alcune verità di fede professate nel Credo, ma poi per le posizioni controverse assunte da Bisanzio e da Roma, era diventata con il passare degli anni una questione di sottomissione al Papa (a Roma) o di unione al patriarca di Costantinopoli, che già forte della sua grandezza e dello splendore dell'impero d'Oriente, di mal grado vedeva la sua sudditanza a Roma. Il patriarca Severo, a Ravenna, in seguito a maltrattamenti e all'imprigionamento perpetrati dall'Esarca Smeragdo, aveva dovuto sottomettersi al Papa.

Ritornato a Grado, trovò grande ostilità nel popolo, che non volle riceverlo finché non avesse ritrattato l'abiura. Fu così che radunò i vescovi suffraganei a Marano e qui dichiarò che l'abiura ai tre Capitoli, fatta a Ravenna, gli era stata strappata a forza, che egli l'aveva fatta, solo apparentemente, per liberarsi dalla prigione e che intendeva perseverare nel riconoscimento della posizione dottrinale di Costantinopoli, e quindi nella separazione da Roma. Fu questa, dopo molte dispute, anche la posizione dei vescovi intervenuti, i quali preferirono, non tanto per motivi dottrinali, quanto per motivi politici, stare con la potente Bisanzio, che con la decadente Roma.

Per questo motivo di insubordinazione e di non comunione con Roma e con il Papa, il Sinodo di Marano è annoverato fra i sinodi sismatici.

 

Lo scisma della Chiesa di Aquileia con Roma, però non durò a lungo, in quanto pochi anni dopo il patriarca Severo ritrattò la sua eresia e si sottomise al Papa.

 

 


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