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Lo scisma seguito all’editto di Giustiniano provocò una lacerazione profonda: l’episcopato di Aquileia ruppe la comunione con Roma e la Chiesa imperiale.

 

 

Il Concilio di Calcedonia (451) sembrava aver posto fine ad innumerevoli controversie, scoppiate nei secoli precedenti, sulla natura di Cristo. Calcedonia decretò che Gesù Cristo aveva, nella sua unica persona, due nature: umana e divina, inseparabilmente unite. Il concilio condannò inoltre il monofisismo di Eutiche (Eutiche affermava che Cristo aveva una sola natura: quella divina), così come le tesi di Dioscoro d'Alessandria, che professava un monofisismo attenuato, il miafisismo, ossia che Gesù Cristo era l'unione della divinità e dell'umanità unite ed indivisibili tra di loro. Quest'ultima dottrina si era radicata in Egitto, da dove si era diffusa ampiamente anche in Siria e in Palestina. Alla metà del VI secolo le Chiese di Alessandria e di Antiochia, entrambe sedi apostoliche, si professavano monofisite.

Ancor prima della conquista longobarda, che alterò la continuità del territorio, diviso tra la parte adriatica e quella del retroterra, si era creata una lacerazione nella comunione ecclesiale tra la Chiesa imperiale e le Chiese della provincia metropolitica di Aquileia.

Lo scisma dei Tre Capitoli, effetto degli sviluppi e dei risultati del V Concilio Ecumenico ovvero della politica religiosa portata avanti da Giustiniano, si manifestò in forma acuta nell'ltalia nord-orientale nel 557.

Gran parte dell’episcopato latino, tra cui quello di Aquileia, ruppe la comunione con Roma e la Chiesa imperiale a seguito dell’editto di Giustiniano che nel 542-543 aveva condannato i testi dei tre autori (Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa), sintetizzati con il termine di Tre Capitoli, i cui apporti teologici erano stati invece riconosciuti come ortodossi dal precedente concilio di Calcedonia (451).

Giustiniano al concilio di Costantinopoli II (553-554), nel tentativo di porre fine a una disputa tra opposte scuole teologiche, fece condannare i tre teologi, benché già defunti. Pressato dall’imperatore lo stesso papa Vigilio, dopo varie tergiversazioni, aveva alla fine acconsentito a questa condanna, provocando la reazione di alcune tra le più importanti Chiese d’Occidente, fra cui Aquileia, che si staccarono da Roma.

 

 

 

Allora Aquileia era il centro dell'amministrazione della provincia e sede metropolitica non solo per la Venetia et Histria ma anche per tutta l'area del Norico Mediterraneo, i resti della parte occidentale delle provincie pannoniche e quella meridionale delle retiche. L'immagine della citta alla meta del VI secolo, a cent'anni dalla sua distruzione ad opera degli Unni e immediatamente dopo la fine della guerra gotico-bizantina, non era naturalmente paragonabile con quella del IV secolo quando Aquileia era per grandezza e importanza la terza cltta d'ltalia e la nona dell'lmpero. Dopo le modeste realizzazioni edilizie del periodo di Odoacre e Teodorico, la ricostruzione sistematica della città fu avviata, come altrove in Italia, appena dopo la conquista bizantina del 552 ovvero alla fine della seconda guerra greco-gotica.

L’elezione di Paolo alla cattedra aquileiese avvenne in un clima di accesa opposizione anticostantinopolitana e di indipendenza dottrinale nei confronti di Roma. Paolo convocò nel 557 un sinodo dei vescovi provinciali. Il sinodo scismatico detto anche Istriano coinvolse i vescovi della Liguria, delle Venezie e dell’Istria. In questa sede ci fu la condanna dei tre capitoli del concilio Calcedonese. I Tre capitoli furono confermati anche se il concilio Costantinopolitano fosse stato approvato dalla Sede Apostolica.

Aquileia si eresse a patriarcato autonomo per sottolineare la propria indipendenza gerarchica.

In questo modo Paolo si mise a capo di un partito e molti vescovi si aggregarono alla sua politica. Aquileia diventò il centro delle dispute religiose che durarono per molto tempo.

 

 

 

Nota. Teodoro di Mopsuestia criticò il titolo di Maria (theotókos) e sostenne la compiutezza delle due nature di Cristo, insieme divina ed umana. Teodoreto di Ciro affermava che la resurrezione è soltanto la resurrezione del corpo di Cristo, ma non della sua anima o della sua divinità. Iba di Edessa distingueva tra l'altro il Verbo e il suo tempio nato da Maria. Sotto il nome “I tre Capitoli” si intendevano: 1) gli scritti di Teodoro di Mopsuestia; 2) gli scritti che Teodoreto di Ciro aveva fatto per confutare gli anatematismi di S. Cirillo Alessandrino contro Nestorio; 3) una lettera che Ibas vescovo di Edessa aveva scritto ad un persiano chiamato Maris.

 

 

  1. I libri dei Patriarca
  2. Rajko Bratož, Venanzio Fortunato e il suo tempo, 2001
  3. Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858

 

 


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