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La situazione economica in Friuli nel trecento. L’importanza dei dazi e dei prestiti.

 

Fino alla fine del XIII secolo il Friuli restò quasi totalmente legato alla produzione agricola, vendendo le modeste eccedenze in Veneto, in Istria e nelle regioni d’Oltralpe. Durante il Trecento il Friuli smise di produrre dei prodotti agricoli commerciabili per l’aggravarsi della già difficile situazione dell’agricoltura e per il divieto di esportare grano che il Parlamento Friulano aveva imposto per limitare le endemiche crisi frumentarie gravanti sulle terre friulane.

Le continue guerre tra il patriarca, le comunità cittadine, la nobiltà, i conti di Gorizia e le forze esterne come il comune di Treviso avevano generato una situazione di instabilità accentuata dal fatto che il potere patriarcale non era più in grado di assicurare la sicurezza del transito lungo le vie che percorrevano il paese, con la conseguente proliferazione dei rapinatori di strada che godevano dell’esplicita e tacita copertura dei signori locali.

 

Dalla documentazione emerge uno sviluppo economico generato dalla crescita delle comunità cittadine.

Un decollo che non interessò solamente i centri di antica tradizione urbana, come Cividale e Aquileia, ma anche una serie di cittadine che divennero degli importanti centri di consumo.

Ad esempio, nella seconda metà del XII secolo Gemona fu libero comune con un proprio statuto. Nel XIII e XIV secolo fu un importante centro di traffici commerciali. Una comunità con forte vantaggio economico in quanto possedeva l'istituto del Niederlech ("scarico"), ossia si imponeva ai mercanti in transito di depositare le merci e pagarvi un dazio e di trascorrere la notte in città. La prosperità ne fece un centro di primaria importanza, arricchito da chiese e dimore signorili, con una cinta muraria che proteggeva un castello.

 


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Questo sviluppo economico  favorì lo  sviluppo delle attività artigianali sempre più differenziate tra loro e con un aumento degli addetti. La clientela, inizialmente composta da nobili, si allargò a notai, famiglie di feudatari, proprietari residenti nel contado e un numero cospicuo di mercanti e artigiani.

Contrariamente ad altri luoghi, in Friuli non si instaurò la figura di mercante. Spesso coloro che si occupavano di questa professione lo facevano per brevi periodi. Si creavano delle piccole compagnie in cui un socio metteva a disposizione il capitale mentre l’altro si occupava di condurre le operazioni necessarie all’affare. Queste società venivano costituite solamente per singole operazioni commerciali ed erano sciolte dopo un breve lasso di tempo. Gli artigiani si associavano in nobili locali, In questo contesto spicca il nome di Federico Savorgnan che, insieme a personaggi emergenti nella vita cittadina, che avviò  delle solide attività commerciali. Queste società commerciavano preferibilmente in ferro, pellami, vino, animali con una preferenza per i suini e solo marginalmente, a quanto sembra, in cereali.

A causa dell’arretratezza del settore agricolo, il territorio non era in grado di fornire con regolarità delle eccedenze commerciabili, contemporaneamente contribuiva a mantenere basso il livello di vita della popolazione rurale.

I grandi e medi proprietari fondiari e i monasteri divennero i punti di riferimento a cui chiedere sostegno nelle frequenti crisi alimentari.

In questo periodo nacque il prestito di consumo, divenuto una necessità a cui era soggetta tutta la popolazione contadina, ma non fece nascere quelle figure professionali  di prestatori di denaro.

Diversamente da quanto accadeva in altre zone d’Italia, non si misero in opera metodi di gestione della finanza pubblica e di reperimento della stessa diversi da quelli tradizionali, basati sostanzialmente sulla percezione dei redditi patrimoniali, sull’imposizione straordinaria di imposte dirette e sull’appalto dei profitti daziari. Questa particolare situazione lasciò ampio spazio all’intervento di agenti economici esterni tra i quali i toscani e i lombardi.

 

Il funzionamento dei dazi.

Le entrate principali derivavano dalle imposte dirette, quelle ottenute con depositi e prestiti e il denaro proveniente dalla vendita di beni di proprietà del comune. Particolarmente importanti erano le entrate provenienti dall’appalto dei dazi. La facoltà di imporre dazi e di riscuotere le “colte” era stata elargita alla città di Udine dal patriarca Bertoldo di Andechs-Merania l’11 marzo del1248.

I dazi colpivano i beni di più largo consumo: farina, cereali, olio e sostanze grasse, pane, carne, pesce, misure, tessuti. Il dazio del pane riguardava la fabbricazione di pane di frumento e la vendita al minuto di grano saraceno e di sorgo. Il pane, inoltre, era venduto, essendo un bene di prima necessità, ad un prezzo e ad un peso che veniva di volta in volta stabilito dai magistrati.

Annualmente erano acquistati dal comune dei carichi di frumento per la panificazione. Si ha notizia che il 29 ottobre del 1347 il consiglio di Udine elesse due cittadini per ogni forno del territorio incaricandoli di pesare il pane prima che fosse venduto. Il dazio era affidato dal comune tramite appalto ad un esattore chiamato daziario del pane per un anno. Veniva precisata la quantità e la destinazione del grano portato ai mulini, controllata tutte le notti, sino alla totale preparazione del pane che, una volta sfornato, era bollato dal daziario.

Il dazio del vino era applicato sulla vendita al minuto dello stesso ed era l’imposta che garantiva l’entrata maggiore in quasi tutti i comuni.

Il dazio dell’olio era imposto sulla vendita all’ingrosso e al minuto dell’olio.

Il dazio delle drapperie colpiva i tessuti di lana e di seta con aliquote variabili in relazione alla qualità. I primi dazi sulle drapperie risalivano al 1324.

Il dazio delle quarte si pagava sui grani venduti all’ingrosso e talvolta fu appaltato insieme a quello delle misure applicato sulle tele e su tutte le mercanzie importate dai mercanti provenienti dalla Germania e dalla Carniola.

Il dazio delle beccarie era pagato dagli appaltatori di beccarie per le bestie macellate. Il dazio della carne garantiva sovente ai comuni delle cospicue entrate fiscali.

Il dazio del sale infine era molto importante perché diventava nelle mani dei governanti un vero e proprio strumento di imposizione. Tutti i sudditi, infatti, di qualsiasi età e classe sociale, erano obbligati ad acquistare determinati quantitativi di sale ad un prezzo molto superiore al suo costo sul mercato libero.

Durante il XIV secolo nella vicina Gemona fu imposto un dazio per il pepe, un genere alimentare non strettamente indispensabile che suggerisce un ampliamento dei consumi in tutta l’area friulana.

 

 

I proventi di queste imposte erano destinati al pagamento dei salari dei dipendenti comunali, alle spese per l’amministrazione pubblica e alla costruzione e manutenzione di opere di interesse collettivo, e soprattutto alle spese straordinarie legate alla guerra.

Analizzando i nominativi che avevano l’appalto per riscuotere i dazi nel 1346 a Udine rivela una forte presenza di toscani ormai inserita nel tessuto sociale udinese. In quest’epoca l’immigrazione toscana in Friuli era un fenomeno presente da  un secolo. Risalgono infatti alla metà del Duecento notizie di toscani stabilitisi a Gemona, a Cividale e nei territori circostanti, e impegnati sia nel commercio che nel prestito che nella produzione artigianale.

Il fenomeno dell’immigrazione toscano fu dovuto alle continue lotte intestine che insanguinavano le città divise tra guelfi e ghibellini e al tipico carattere toscano aperto ad avventure commerciali e bancarie in terre che prive di uno sviluppo economico definito offrivano ai toscani la possibilità di diventare gli unici gruppi economici capaci di ottenere grossi profitti. Il Friuli, pur essendo una zona di transito per i mercanti che si recavano nelle terre tedesche, era in ritardo in campo creditizio. I toscani non trovarono quindi difficoltà nell’aprire i loro banchi di cambio e di prestito e le filiali delle grandi società commerciali come quelle dei Bardi.

L’acquisto dell’appalto dei dazi, oltre ad interessare la componente artigianale della città, era spesso praticato dalle famiglie nobiliari. Tra queste spiccavano i membri della famiglia Savorgnan che, appoggiati dal Patriarcato, divennero abili uomini d’affari e prestatori di denaro accanto alle famiglie toscane. Federico Savorgnan e Nicola degli Arcoloniani furono tra i nobili più interessati all’acquisto dell’appalto di dazi. Tra gli acquirenti di dazi figurano anche alcuni rappresentanti delle comunità ebraiche di origine askenazita che si stavano allora costituendo nell’Italia nord-orientale.

 

Il comune di Udine si avvaleva inoltre, quale fonti di entrata, sia di prestiti o depositi di privati cittadini e talora di enti, come l’Ospedale di Santa Maria Maddalena, sia di prestiti ad usura.

Il comune aveva bisogno di continui flussi di denaro e spinto dalle esigenze escogitò ulteriori metodi di incentivazione. Il metodo più frequente per attirare un maggior numero di creditori fu quello di rilasciare al creditore uno strumento redatto dal notaio in cui il comune si dichiarava debitore del doppio della somma effettivamente ricevuta. Il contratto era definito con la formula di carta de duplo. L’interesse dovuto al creditore veniva computato sulla somma dichiarata nel contratto e non su quella che realmente era stata versata. Quando le somme prestate al comune erano molto elevate i creditori si tutelavano attraverso la richiesta di un’ipoteca sui beni del comune o chiedendo la fideiussione da parte di persone che disponevano di ingenti ricchezze.

Tra i prestatori più frequenti negli atti compaiono i toscani, spesso agenti delle filiali delle grandi società commerciali aventi la sede centrale in Toscana. Frequenti erano i prestatori toscani residenti a Gemona, cittadina in cui risiedevano settantasei famiglie toscane.

 

L’emigrazione lombarda in Friuli fu stimolata dai quattro patriarchi della famiglia Della Torre che portarono con sé notai, commercianti, ecclesiastici, medici e persino lavoratori della terra. La maggior parte della colonia lombarda era costituita da casate imparentate con la famiglia Della Torre. I lombardi riuscirono ad ottenere ambascerie, gastaldie, appalti e importanti incarichi in grado di garantire elevate entrate annue utilizzate in parte per riconquistare Milano

I lombardi, diversamente dai toscani, non si mescolarono molto alla popolazione locale e solo dopo molto tempo iniziarono ad imparentarsi con la nobiltà friulana.

Nel XIV secolo si iniziarono a sentire gli effetti di un decollo economico che era stato stimolato dalla crescita di alcune comunità cittadine. Uno sviluppo che era iniziato durante il XIII secolo e aveva interessato non solamente Aquileia e Cividale, centri di antica tradizione urbana, ma anche una serie di cittadine che divennero centri di produzione e scambio per ampie zone circostanti

 

 

 

Miriam Davide, Il credito in Friuli nel Trecento, Studi Medievali, Serie terza, 2003, pg 639

 

 

 


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