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Ripercussioni politiche del fracking (parte 2)

NEWS/TECNOLOGIA/FRACKING

Tra gli scettici ci sono esperti americani e indipendenti, come David Hughes, ricercatore del Post Carbon Institute di Santa Rosa, in California, che su Science sostiene che:

a) estrarre shale gas costa molto, più del gas naturale e alla lunga la sua produzione è insostenibile;

 

b) le riserve di shale gas sono sovrastimate, perché ogni pozzo, dopo pochi anni di sfruttamento, tende a esaurirsi e il suo boom è momentaneo.

Ma, al di là dei costi e delle reali riserve, ci sono altri due motivi.

Il fracking, in particolare, fratturando le rocce e iniettando acqua sarebbe in grado, secondo alcuni esperti di provocare dei sismi. La United States Geological Survey si è chiesta di recente se l’incremento, in molte zone degli Stati Uniti, di terremoti di bassa intensità (magnitudo non superiore a 3) sia dovuta alla shale revolution. Un anno fa, il 19 giugno 2012, il dibattito è sbarcato nel Senato, con un’audizione sulla «potenziale sismicità indotta da tecnologie energetiche». L’allarme, sostengono i più prudenti, potrebbe essere eccessivo. Sottolinea Charles F. Fogarty – professore di geologia economica presso la Colorado School of Mines di Golden – negli Usa sono attivi 35.000 pozzi di shale gas estratto mediante tecnica della fatturazione idraulica e uno solo è sospettato di aver provocato un sisma. C’è, tuttavia, un pozzo di shale gas che ha certamente provocato un sisma: quello di Blackpool in Inghilterra. Il problema va tenuto sotto controllo.

Inoltre, è vero che il gas naturale produce meno gas serra rispetto a petrolio e carbone. Ma resta un idrocarburo e quando lo bruci si trasforma in acqua e anidride carbonica. È vero che se tu utilizzi il gas naturale al posto del petrolio e del carbone diminuisci le emissioni di gas serra ma la diminuzione è limitata.

La rivoluzione dello shale gas potrebbe scontrarsi con la prevenzione della più grande minaccia che incombe sull’umanità: il cambiamento del clima.

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