Fracking: l’Europa scopre lo shale gas, gli ambientalisti si mobilitano

NEWS/TECNOLOGIA/FRACKING

Gli Stati Uniti, il Canada e poi il grande vuoto. La produzione mondiale dello shale gas è tutta concentrata nell’America settentrionale, con Washington che ormai ricava dallo shale una discreta fetta del suo fabbisogno energetico complessivo. C’è un’unica eccezione: la Cina. Ma il contributo della potenza asiatica al comparto – 1 per cento scarso – è al momento talmente leggero che quasi non ha senso menzionarlo.

 

L’Europa è ancora più indietro. Nel vecchio continente l’industria del gas di scisto, semplicemente, non c’è. Il dato dovrebbe preoccupare, se è vero che il gas non convenzionale, in America, sta generando una vera e propria rivoluzione, oltre a qualche centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Però. Però qualcosa si muove. Le stime dicono che il sottosuolo polacco, romeno, francese, ucraino e britannico tiene imprigionate grosse quantità di shale gas che, se estratte, potrebbero dare slancio al comparto. Ecco perché governi e major dell’energia hanno iniziato a collaborare. I primi danno le licenze, le seconde esplorano e valutano se e in che misura procedere con il fracking, la frattura idraulica, il sistema con cui pompando nel sottosuolo acqua a elevata pressione, mista a sostanze chimiche, viene estratto gas dalle rocce argillose.

In Polonia, dove si sta evidenziando uno iato tra le stime (molto alte) e la reale presenza di shale gas (ridimensionata) sono state concesse un centinaio di licenze. In Ucraina sono stati siglati i due più importanti contratti del settore. Entrambi valgono una decina di miliardi di euro. Nel Regno Unito, si calcola, ci sarebbero, nel Lancashire, 4810 chilometri cubici di gas di scisto e Cuadrilla Resources, la compagnia che esercita i diritti di esplorazione, sostiene che si potrebbero creare più di 70mila posti di lavoro. In Romania il governo ha rimosso a fine 2012 la moratoria sul fracking. Che rimane in vigore, invece, in Francia. Introdotta nel 2011, ha comportato la revoca di due licenze precedentemente concesse ai texani di Schuepbach Energy. I quali, giusto pochi giorni fa, si sono visti respingere un ricorso dalla Corte costituzionale, che ha ritenuta fondata la tesi del governo, secondo cui, pur in assenza di certezze, c’è più di un ragionevole sospetto sull’impatto negativo, geologico e ambientale, del fracking.

Ora, il punto è che questa tesi – il fracking è nocivo – inizia a essere gettonata un po’ dappertutto. Nel Regno Unito già da tempo ci sono movimenti che protestano contro le operazioni nel Lancashire, accusando il governo di guardare più ai soldi che al rispetto dell’ambiente. Ma questo non sorprende più di tanto. Sorprendono invece le manifestazioni in corso a Est, spicchio d’Europa non certo famoso per la sua sensibilità ecologista.

In Romania, la scorsa settimana, gli abitanti di Pungesti, borgo non distante dal confine con la Moldova, hanno dimostrato contro Chevron, il colosso americano che, da quelle parti, ha in concessione le licenze sullo shale gas. L’azienda ha deciso di sospendere le attività. Già nei mesi scorsi, in ogni caso, i romeni avevano alzato la voce. Barlad, altra cittadina situata a ridosso dell’area dove Chevron vorrebbe iniziare a estrarre, era insorta contro l’esecutivo e contro gli americani.

La loro rabbia fu assecondata anche oltre confine, in un’inedita azione congiunta bulgaro-romena (i due popoli non si amano). «Due paesi, una stessa acqua; due nazioni, una lotta»: fu questo il motto con cui gli ambientalisti bulgari, temendo che il fracking in Romania avveleni le falde acquifere e il Mar Nero, esportandone le conseguenze a Sofia e dintorni, si unirono, a distanza, alla marcia della gente di Barlad.

Il 19 ottobre, lo stesso giorno in cui i cittadini di Pungesti sono scesi in piazza, nonché il giorno in cui s’è tenuto il Global Frackdown, iniziativa mondiale coordinata, anche a Leopoli, la principale città dell’ovest ucraino, si sono tenute manifestazioni contro Chevron. La compagnia ha appena ottenuta una licenza (sul versante orientale è invece attiva Royal Dutch Shell) e la cosa, a quanto pare, preoccupa. «Lo shale gas è un’altra Chernobyl», hanno urlato i partecipanti al corteo, 66 dei quali hanno brandito altrettanti spiedi, su ognuno dei quali c’era una carcassa di pollo infilata. Sessantasei è il numero dei consiglieri locali di Leopoli che hanno approvato l’accordo tra Kiev e Chevron.

E infine la Polonia. Anche qui c’è chi ha partecipato al Global Frackdown. Tre i punti di ritrovo: Danzica, Varsavia, Zurawlow. Quest’ultimo è un abitato del sudest del paese, al confine con l’Ucraina, l’area più povera della Polonia. A Zurawlow, Chevron – ancora lei – vuole fratturare la roccia e tirarne fuori shale gas. Inizialmente, a leggere le cronache, la gente del posto era favorevole al progetto. Poi i gruppi ecologisti hanno iniziato a spiegare i potenziali danni collaterali dell’industria dello shale gas, e ci si è piazzati dall’altro lato della barricata, abbracciando la causa anti-shale.

(fonte Europaquotidiano.it)

 


 

Se sei interessato, leggi anche:

Fracking: la Polonia tira dritto nonostante le perplessità europee

Fracking: l'estrazione prolungata causa terremoti

Fracking: Ucraina protagonista nella produzione di gas di scisto

Joomla templates by a4joomla