Impatto dell’agricoltura sulla biosfera

Dai dati raccolti negli ultimi cinque decenni è emerso che l’anidride carbonica atmosferica rilasciata dai campi coltivati in modo intensivo è aumentata di circa il 15%. 

 

Con l’industrializzazione è stata introdotta anche l’agricoltura intensiva.

Secondo una recente analisi effettuata dai ricercatori dell’Università del Maryland è insostenibile. Secondo gli autori, le pratiche agricole intensive sono abbastanza potenti da alterare gli equilibri dell’atmosfera terrestre a una velocità sempre crescente.

Dai dati raccolti negli ultimi cinque decenni è emerso che l’anidride carbonica atmosferica rilasciata dai campi coltivati in modo intensivo è aumentata di circa il 15%. Il trend non accenna a fermarsi: ogni anno, in media, l’anidride carbonica sta aumentando a un tasso dello 0,3% aggravando il riscaldamento globale.

Il modo in cui gestiamo la terra incide pesantemente sulle modalità di respirazione della biosfera.

E’ noto che i livelli di biossido di carbonio registrati nell’atmosfera nell’emisfero settentrionale sono più bassi alla fine dell’estate e ad inizio autunno. In quest’area della Terra c’è più vegetazione rispetto all’emisfero meridionale. Il livello di anidride carbonica precipita in primavera e in estate, quando tutte le piante dell’emisfero raggiungono la loro massima crescita, assorbendo anidride carbonica e rilasciando ossigeno. In autunno, quando le piante dell’emisfero si decompongono e rilasciano il carbonio immagazzinato, i livelli di biossido di carbonio dell’atmosfera aumentano vertiginosamente.

Dal 1961 al 2010, l’oscillazione dei livelli stagionali di CO2 è diventata sempre più marcata. Al momento i valori di biossido di carbonio in inverno sono più alti di 6 parti per milione nell’emisfero settentrionale rispetto ai valori registrati in estate.

Secondo gli esperti questo aumento è da imputare all’agricoltura intensiva. Tra il 1961 e il 2010 le superfici coltivate sono aumentate del 20% e la produzione agricola è triplicata, portando al rilascio di una maggiore quantità di CO2 nell’atmosfera.

Una importante sfida è rappresentata dalla mitigazione degli impatti dell’agricoltura stessa sulla biosfera, in particolare per mezzo della riduzione nell’uso di mezzi agricoli ad alta produzione di CO2 e l’assorbimento di gas serra da parte dei sistemi produttivi. L’agricoltura convenzionale ha, infatti, avuto un grande impatto sul cambiamento clmatico, contribuendo al 25% del rilascio totale annuo di anidride carbonica, al 50% delle emissioni annue di metano (CH4) e al 75% delle emissioni annue di protossido di azoto (N2O).

La quantità di carbonio contenuta nei suoli agricoli è oggi molto inferiore rispetto al passato. Si stima che l’introduzione dell’agricoltura intensiva abbia causato una perdita netta di carbonio dal suolo verso l’atmosfera pari a 40-90 Gt (ovvero 146-330 Gt di CO2).

Oltre a ridurre la quantità di carbonio sequestrato e la capacità di assorbimento dei terreni, l'agricoltura intensiva ha provocato un aumento delle emissioni di anidride carbonica legate ai processi di produzione. L’eccessivo ricorso a macchinari ad alta emissione e l'impiego di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi chimici prodotti da combustibili fossili hanno reso l’agricoltura moderna fortemente dipendente dai prodotti del petrolio. A questo si deve aggiungere il rilascio di carbonio dovuto alla bruciatura dei residui agricoli.

D’altronde se ben gestiti gli ecosistemi agrari hanno anche una potenziale funzione di “carbon sink”, grazie alla loro capacità di assorbire e immagazzinare carbonio atmosferico nel suolo e nella vegetazione (biomassa). Un recente report della Royal Society inglese afferma che una corretta gestione agricola può contribuire facilmente ad assorbire circa il 33% delle emissioni di carbonio antropogeniche mondiali.

Le proprietà chimico-fisiche dei suoli determinano un minore o maggiore sequestro del carbonio. Suoli ricchi di humus e microrganismi, hanno una capacità di assorbimento maggiore rispetto a suoli poveri di sostanza organica.

In Italia un incremento di solo lo 0,1% del contenuto di carbonio organico del suolo equivarrebbe a un sequestro netto di 198 Mt di CO2, valore che eccede di gran lunga le 99 Mt di CO2 fissate dal Protocollo di Kyoto per il nostro Paese.

In Italia la produzione di residui colturali ammonta a circa 80 milioni di tonnellate di sostanza organica. La gran parte di questi residui viene degradata o distrutta, creando un flusso di oltre 110 milioni di tonnellate di CO2 all’anno verso l'atmosfera. Una migliore gestione dei residui colturali, che preveda un loro riutilizzo a fini energetici o una loro re-incorporazione nel suolo, potrebbe tradursi, quindi, in una consistente riduzione delle emissioni.

Sembrano promettenti anche gli studi per la sostituzione in aree climaticamente svantaggiate o con suoli in pessime condizioni delle attività agricole tradizionali con attività di tipo forestale. Se ben condotte, in particolare per mezzo di un nullo o scarso uso di prodotti fitosanitari, queste attività portano ad aumento della biodiversità nelle zone ad agricoltura intensiva.

Pratiche ecocompatibili fondamentali sono la rotazione e gli avvicendamenti che, alternando nel tempo colture che si complementano nel fabbisogno di nutrienti, evitano l’impoverimento dei suoli e quindi aumentano la loro capacità di organicare il carbonio. Alcune specie vegetali, come ad esempio i cereali, impoveriscono, infatti, la sostanza organica del suolo, e per questo devono essere alternate con altre specie che rilasciano nel terreno sostanze nutritive e azoto come le leguminose.

L'agricoltura biologica ha, altresì, effetti positivi molto significativi mitigando il cambiamento climatico, riducendo le emissioni, aumentando l'assorbimento dei gas serra, risparmiando energia e acqua, garantendo una migliore qualità del suolo e degli ecosistemi, proteggendo i suoli dall'erosione e riducendo fortemente l’inquinamento. Un campo coltivato ad agricoltura biologica è in grado di trattenere fino a 6 volte in più la quantità di carbonio per ettaro all’anno rispetto ad un campo convenzionale.

La gestione dei suoli agricoli ha, quindi, un ruolo essenziale nelle strategie nazionali e internazionali di mitigazione dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici globali. Il Protocollo di Kyoto riconosce il contributo che può essere fornito dall’agricoltura e introduce la possibilità di contabilizzare l'incremento di carbonio nei terreni agricoli per il mantenimento degli impegni assunti dai vari paesi per la riduzione delle emissioni di gas-serra.

 


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