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Continua l’accaparramento delle terre

L'accaparramento delle terre coltivate dalle comunità locali dei paesi poveri: la nuova frontiera del neocolonialismo.

 

 

Nel corso dei prossimi dieci anni e oltre, il miglioramento degli standard di salute, istruzione e vita continueranno a guidare la crescita della popolazione. In assenza di grandi pandemie, catastrofi naturali o guerre globali, si stima che la popolazione mondiale raggiungerà circa 9 miliardi di persone nel 2050. Un aumento della popolazione a questo livello significa inevitabilmente un mondo più affollato con sempre più persone che competono per le stesse risorse naturali.

Un aumento di questo tipo ha delle conseguenze non indifferenti, tra cui l’aumento della pressione alimentare.

Nella realtà, le società industrializzate non vogliono perdere il proprio benessere acquisito come, allo stesso tempo, le società emergenti vogliono raggiungere il tenore di vita dei primi. La crescita economica è accoppiata con il consumo di risorse - quanto più ricche diventano le persone, tanta più energia sarà utilizzata, tanto più cibo sarà necessario e, soprattutto, sprecato.

In un mondo sempre più globalizzato, i paesi con elevate richieste di risorse consumano utilizzando sia la propria biocapacità che quella di altri paesi. Con la continua crescita della popolazione mondiale e, in molti paesi, del consumo pro capite, la concorrenza per le risorse è in rapido aumento. In questo meccanismo alcuni paesi possono avere difficoltà a mantenere le loro economie e il benessere dei loro residenti.

Queste carenze sono già una realtà, infatti alcuni paesi stanno acquistando terreni coltivati di altri paesi al fine di assicurare una fornitura adeguata di cibo al proprio popolo.

L'Arabia Saudita, per esempio, ha un contratto per l'uso di grandi aree di terreno in Etiopia, mentre le aziende della Corea del Sud hanno cercato, finora senza successo, di ottenere i diritti sulla metà delle terre arabili in Madagascar.

La crescente pressione sulle risorse porterà all’egemonia di alcuni grandi paesi (come la Cina) che privatizzeranno le risorse imponendo il prezzo e controlleranno le strategie mondiali. La Cina si sta già muovendo in tal senso acquistando territori in Sud Africa.

E’ notizia di qualche mese fa che 1300 contadini sono stati espropriati della loro terra in Tanzania in none della 'sicurezza alimentare'. La nuova frontiera del neocolonialismo è l’accaparramento delle terre coltivate dei paesi poveri da parte di multinazionali attraverso contratti con i governi locali. L'azienda svedese EcoEnergy ha affittato per 99 anni dal governo tanzaniano più di 20 mila ettari di territorio nel distretto nordorientale del Paese. In questo modo 1300 contadini di Bagamoyo, produttori di mais, riso, frutti, e cassava, e piccoli allevatori hanno perso la loro terra, e altre 300 famiglie anche l'abitazione.

La Tanzania è diventata una delle mete preferite delle imprese multinazionali e fondi di investimento: negli ultimi anni circa 40 compagnie straniere hanno affittato o comprato grandi proprietà terriere, sulle quali hanno impiantato produzioni di jatropha e canna da zucchero da trasformare in componenti per biodiesel.

L'azione di EcoEnergy rientra nei piani della Nuova Alleanza per la sicurezza alimentare e la nutrizione, l'iniziativa del G8 per far uscire dalla povertà 50 milioni di africani, che coinvolge assieme a soggetti pubblici, 45 multinazionali dell'agroalimentare. L'ideologia portante è che introdurre l'agricoltura industriale sia un aiuto ai paesi poveri.

Ma gli esperti, a cominciare da quelli della Fao, affermano che gli allevamenti intensivi, supersfruttamento del suolo, pesticidi e fertilizzanti chimici, ogm non sono la soluzione del fabbisogno alimentare, anzi.

Tuttavia queste iniziative sono una via per le grandi imprese e fondi finanziari per accaparrare territori, tagliando fuori i produttori su piccola scala, che coltivano per la loro famiglia e per il loro villaggio, e che nutrono fino all'80% della popolazione.

Le risorse prodotte dai paesi poveri in realtà vanno ad alimentare le nazioni che da troppo tempo vivono oltre i limiti del proprio territorio e sfruttano la mano d’opera a basso costo dei paesi poveri.

Le decisioni politiche devono essere prese nell’ottica di reintegrare la società umana nella comunità ecologica più in linea con la fisiologia della Terra. Obbligatoriamente la vecchia politica economica dovrà cedere il passo a una nuova biopolitica attivando nuove possibilità e nuove soluzioni creative per vivere bene senza trasgredire i limiti ecologici della Terra.

 

 


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