Sostenibilità è ….. non sprecare la conoscenza

Lo spreco delle risorse umane una grave colpa della politica italiana.

 

Esiste un luogo che è considerata la culla della conoscenza ma allo stesso tempo si distingue per spreco, soprattutto spreco di risorse umane.

In precedenza avevo già parlato di università e carriera

L’Università tra innovazione e carriera

Continuando il discorso del rapporto sostenibilità e società, c'è un argomento che a mio vedere viene volutamente dimenticato.

 

Per anni l’università è stato luogo deputato per la ricerca e lo sviluppo però, nella maggior parte dei casi, non ha saputo evolversi in qualcosa di integrato con il mondo esterno. Questo fatto ha determinato la diffusione di figure professionali rifiutate dal mondo accademico e non accettate dal mondo produttivo. Il mondo produttivo le vede sempre come appartenenti all'università e quindi utili solo per attingere gratuitamente alla bisogna.

Negli anni la ricerca accademica (e statale o statalizzata) ha sempre utilizzato diverse forme di impiego che vanno dal dottorato di ricerca agli assegni di ricerca, da borse di studio a diversi titoli fantasiosi (cococo, cocopro, ecc.). Forme contrattuali che non hanno mai salvaguardato i diritti delle persone che facevano ricerche, nemmeno quelli più basilari.

Dimenticando che quasi sempre questi precari della conoscenza sono stati la spina dorsale delle ricerche accademiche, essi sono stati sempre equiparati a studenti remunerati che quindi non erano degni di essere definiti lavoratori, ma anzi a ignoranti privilegiati che devono solo riconoscenza al docente di riferimento. Infatti una persona che ha lavorato da ricercatore precario presso l’università non avrà mai la pensione e, una volta scaduto il termine del contratto, non ha diritto all’indennizzo di disoccupazione. Perché?  Appunto, perché non sono considerati lavoratori ma eterni studenti.

Ma è veramente così?

Ormai la figura di ricercatore è precaria per definizione: in questi ultimi anni solo pochissimi “fortunati” hanno potuto accedere ad una occupazione a tempo indeterminato. Io parlo soprattutto a sostegno di quei lavoratori che sono entrati all’università 20-25 anni fa e che, sostenuti da continue promesse e dalla passione, hanno deciso che la loro vita sarebbe stata dedicata allla ricerca. Negli anni hanno scambiato il loro tempo e la loro conoscenza con stipendi allineati a quelli degli occupati nei settori della pulizia pavimenti o del trasporto pizze, con tutto il rispetto per qualunque forma di occupazione retribuita.  Anche se invisibili, sono sempre state delle figure fondamentali per la ricerca e grazie al loro lavoro sono giunti, spesso, notevoli vantaggi, soprattutto economici, al gruppo di ricerca di cui hanno fatto parte ed in particolare ai "referenti strutturati" al cui servizio hanno operato (per la maggior parte professori associati ed ordinari).

Agli occhi dei più può sembrare si tratti solo di "poco furbi" che si sono adeguati a paghe da fame senza tutela.

Forse è vero ma, alle volte, la passione per il lavoro è più forte della razionalità.

L’assurdità della storia è che, dopo 20 anni di precariato, ti trovi ad un’età che è considerata da rottamare per i nuovi politici e sei nessuno per gli altri (non sei lavoratore, non sei pensionato, ma non sei nemmeno rifugiato politico o immigrato, non hai fatto outing, non sei alcolizzato o drogato, magari sei pure sposato con figli…).

Se cerchi di creare una tua attività autonoma, nessuno ti ascolta (per quanto detto sopra sei solo l'ultimo dei normali) e se qualcuno ha bisogno della tua competenza la pretende senza compenso.  La società si è dimenticata di questo popolo di "cervelli invisibili".

Ogni invisibile ha una sua storia, una diversa dalle altre. C'è chi perde il posto perché l'ordinario di turno non ha voglia di occuparsi di un nuova ricerca oppure tra le tante storie puoi anche trovarne qualcuna paradossale: 20 anni di esperienza, ricerca in diversi argomenti, contratti con grosse aziende viene “licenziata” perché non sa fare il meccanico!

 

 


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