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L’Università tra innovazione e carriera

La ricerca universitaria tra innovazione e carriera

 

 

Stavo leggendo i diversi interventi fatti sul Corriere Innovazione sul fatto che l’università italiana non è in grado di innovare.

Premetto che parlo dal punto di vista di una persona che ha lavorato per oltre 20 anni all’università da ricercatore precario con 37 pubblicazioni, 5 brevetti  e un premio dell’innovazione nazionale (ovviamente con relativo spin-off).  Nonostante questo curriculum un bel giorno mi è stato detto “arrivederci”. Perché?

Sempre nel gruppo di articoli proposti dal Corriere  il Prof. Fabrizio Dughiero parla dell’inutilità/utilità delle start-up

L’articolo ha immediatamente richiamato alla memoria la mia esperienza sullo spin-off accademico, e di questo aspetto ne ho già parlato in precedenza. Mi riferisco ad uno spin-off di tipo manifatturiero e non di servizio o di sviluppo software.

 

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Quando si crea uno spin-off accademico, si chiede al professore di turno di intraprendere la strada dell’impreditoria senza chiedersi se veramente questa persona sia grado di fare l’imprendtore.  Ci si convince che essere un dirigente all’università equivalga ad essere un dirigente aziendale, ci si convince che le regole siano le stesse. Ma non è così!

A mio parere il professore non può essere imprenditore perché la sua unica ragione è quella di acquisire potere all’interno del suo ambiente universitario, quindi è improbabile che rinunci alla sua carriera universitaria per un’attività ad elevato rischio. Ogni azione sarà fatta con l’unico scopo di acquisire punti accademici dimenticando le regole base di un’azienda privata, con la convinzione che sarà protetto in ogni caso dall’università e che le regole esistano per gli altri, ma non per la sua posizione di “intoccabile”. Al termine e al massimo avrà trasformato lo spin-off in un ennesimo progetto di ricerca-

Sotto questo contesto, il commento riportato dal Prof. Kaspar in un articolo del Corriere Innovazione prende una visione molto diversa

 “Va anche sottolineato che la deposizione di una domanda di brevetto o la stessa collaborazione con industria, nella presente ottica di valutazione, rappresenta un chiaro svantaggio per il ricercatore, dovuto al fatto che la pubblicazione può essere dilazionata o addirittura negata (segreto industriale). “

Il brevetto per l’università non deve essere un’occasione per fare carriera all’interno dell’università stessa ma un’opportunità di lavoro per i propri collaboratori e studenti oppure un’opportunità economica per il proprio gruppo.

Considerare il brevetto alla pari di una pubblicazione scientifica è culturalmente sbagliato. Il brevetto deve essere fonte di reddito e non solo di prestigio, quest’ultimo sarà una conseguenza.

Inoltre si ha la necessità di brevettare solo quando si opera in progetti che possono essere realizzati industrialmente quindi, nella stragrande maggioranza dei casi,  finanziati da aziende private e quindi il brevetto sarà di proprietà privata.

In conclusione, lo scopo del gioco non è brevettare per la propria carriera accademica ma deve essere, in una epoca di poche occasioni di lavoro, un premio per tutti coloro che dedicano il proprio lavoro e le proprie idee per crearsi un futuro. L’università non ha il compito di sfruttare le idee dei giovani per l’unico interesse del personale docente ma deve essere un rampa di lancio per le menti giovani ( e non)  innovative. L’università non deve comportarsi da sanguisuga ma da concime.

 


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