Carbon footprint: perché?

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La scelta strategica del Protocollo di Kyoto ha fortemente incrementato l’interesse per I crediti di carbonio forestali su scala globale e la nascita di mercati del carbonio che vengono chiamati Mercati Volontari del Carbonio (MVC).

Le discussione sul “dopo Kyoto” ovvero sul secondo periodo di impegno che è iniziato dopo il 2012, è attualmente in corso ed è opinione diffusa che in futuro saranno incentivate tutte le forme possibili di assorbimento del carbonio, in attesa dello sviluppo di nuove tecnologie che limitino le emissioni.

 

In questo ambito, l’espressione “impronta climatica”, meglio conosciuta con la sua dizione inglese, carbon footprint, è diventata molto popolare negli ultimi anni ed è sempre più usata dai media. La carbon footprint è un indicatore ambientale che misura l’impatto delle attività umane sul clima globale; esprime quantitativamente gli effetti prodotti sul clima da parte dei cosiddetti gas serra generati da una persona, da un’organizzazione, da un evento o da un prodotto, sia esso un bene o un servizio. Nel calcolo dalla carbon footprint si tiene conto di tutti i gas clima-alteranti del Protocollo do Kyoto: anidride carbonica (CO2), metano (CH4), ossido nitroso (N2O), il gruppo degli idrofluorocarburi (HFCs), dei perfluorocarburi (PFCs) e l’esafluoruro di zolfo (SF6).

La carbon footprint dei prodotti comprende l’assorbimento e l’emissione di gas clima-alteranti nell’arco dell’intera vita di un prodotto o servizio, dall’estrazione delle materie prime e la loro lavorazione, al loro uso e al loro finale utilizzo, riciclaggio o smaltimento. In ciascuna delle suddette fasi, le emissioni di gas ad effetto serra possono derivare da sorgenti come: l’utilizzo di energia e di combustibili per trasporto, i rifiuti e le perdite di refrigeranti da sistemi di refrigerazione, mentre gli assorbimenti possono derivare dalla fissazione della CO2 atmosferica da parte delle piante o del suolo.

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