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Il pericolo della pesca in alto mare, delle estrazioni sottomarine e della bioprospezione

 

 

Nonostante la loro estensione, i mari stanno affrontando impatti crescenti causati da una serie di attività umane tra cui la pesca, la navigazione, l’inquinamento chimico, plastico e acustico, l’estrazione in acque profonde, oltre ai grandi problemi legati al cambiamento climatico e all'acidificazione degli oceani.

 

Pesca in alto mare

La pesca marittima fornisce cibo, occupazione, mezzi di sussistenza e ricchezza e svolge un ruolo estremamente importante nella sicurezza alimentare globale, sia direttamente come fonte di nutrienti essenziali sia indirettamente come fonte di reddito alimentare.

Una recente analisi ha dimostrato che la pesca di alto mare rappresenta solo il 4,2% della produzione annua di tutta la pesca marittima ed è gestita, in gran parte, da società industriali dei paesi ricchi.

Sfortunatamente, le pratiche di pesca eccessiva e distruttiva hanno avuto un impatto enormemente dannoso sulle popolazioni ittiche globali e sugli ecosistemi marini, compresi quelli in alto mare.

Per soddisfare ad una crescente richiesta di pescato, le aziende si sono adottate di tecnologie sempre più avanzate come pescherecci da traino con congelatori, radar e supporto da sensori satellitari.

Molti metodi di pesca moderni sono altamente distruttivi, danneggiano gli habitat marini e spesso uccidono innumerevoli organismi marini in quanto catture accessorie.

La seconda metà del 20° secolo vide un'enorme espansione geografica della pesca marittima, anche nelle acque profonde, in parte stimolata dall'esaurimento della pesca nelle acque costiere.

Uno studio del 2010 ha messo in luce la portata globale di questa espansione, dalle acque costiere del Nord Atlantico e del Pacifico occidentale alle acque dell'emisfero australe e in alto mare. L'espansione verso sud della pesca è avvenuta maggiormente negli anni '80 e nei primi anni '90. Ciò è stato trainato principalmente dall'aumento della pesca in mare aperto, fino a quando è rallentato nel 2005, a quel punto solo le acque più inaccessibili e meno commercialmente praticabili come l'Atlantico meridionale e gli oceani polari avevano relativamente poche navi da pesca.

 

 

Estrazione di fondali marini profondi

Una delle scoperte importanti della spedizione della nave inglese HMS Challenger (1872–1876) fu il ritrovamento di noduli polimetallici nella maggior parte degli oceani.

I noduli polimetallici, detti anche noduli di manganese, sono concrezioni minerali che si trovano sui fondali marini, formate da strati concentrici di idrossidi di ferro e di manganese che circondano uno o più nuclei centrali.

 Ciò portò il chimico della spedizione John Young Buchanan a speculare sul loro possibile valore futuro. Uno scoppio di interesse si ebbe negli anni '60 in seguito alla pubblicazione di The Mineral Resources of the Sea da parte del geologo americano John L. Mero, che suggeriva che l'oceano potesse soddisfare le esigenze minerarie del mondo. Ciò a sua volta ha ispirato l'Ambasciatore Arvid Pardo di Malta a tenere un discorso al Primo Comitato dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in cui invitava a designare le risorse dei fondali marini come "patrimonio comune dell'umanità". Lo stesso Pardo esortò una regolamentazione internazionale per impedire ai paesi più tecnologicamente avanzati di colonizzare e monopolizzare le risorse dei fondali marini profondi a danno degli stati in via di sviluppo.

Successivamente è iniziato il processo che ha portato all'eventuale formazione nel 1994 dell'Autorità internazionale dei fondali marini (ISA), l'organismo istituito nell'ambito dell'UNCLOS per regolare le attività di estrazione dei fondali marini nella "zona", vale a dire "i fondali marini e oceanici e il loro sottosuolo, oltre i limiti della giurisdizione nazionale”.

Le azioni di estrazione dei fondali marini possono causare dei gravi danni:

→→ Rimozione diretta dell'habitat e degli organismi del fondo marino

→→ Alterazione del substrato e della sua geochimica

→→ Modifica dei tassi di sedimentazione e delle reti alimentari

→→ Cambiamenti nella disponibilità del substrato

→→ Rilascio di pennacchi di sedimenti sospesi

→→ Rilascio di tossine e contaminazione dai processi di estrazione e rimozione

→→ Inquinamento acustico

→→ Inquinamento luminoso

→→ Perdita chimica da macchine minerarie

 

Oggi tre principali tipi di giacimenti minerari sono di interesse per gli stati e le aziende che intendono sviluppare l'estrazione del fondo marino (DSM). Questi depositi sono: solfuri polimetallici del fondo marino situati intorno alle aperture idrotermali, croste ricche di cobalto trovate ai margini dei monti marini e campi di noduli di manganese distribuiti su pianure abissali.

Nell'ultimo decennio il DSM è passato dall'essere un concetto molto dibattuto a diventare una realtà pratica. Ciò è dovuto ai massicci progressi tecnologici derivati dagli sviluppi nelle industrie petrolifere e del gas offshore.

Inoltre, i sostenitori del DSM hanno sostenuto che l'economia della pratica sta diventando sempre più praticabile a causa di una crescente domanda per i vari minerali che possono essere derivati dall'oceano profondo e di una prevista riduzione dell'offerta di minerali di alta qualità dalle miniere terrestri.

Il crescente appetito dei consumatori, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, per gli articoli tecnologici e la rapida crescita nel settore delle energie rinnovabili - che utilizza rame e altri metalli, nonché elementi delle terre rare (REE) trovati in depositi di alta qualità nelle profondità marine – incentiva il sostegno economico all’estrazione sottomarina.

 

Bioprospezione

La Bioprospezione o, come è più conosciuta in inglese, bioprospecting è l'esplorazione della biodiversità, per scopi scientifici e commerciali. In pratica si può immaginarla come l'esplorazione di una zona con successiva ricerca sistematica, classificazione, e successiva investigazione scientifica effettuata a fini commerciali, riguardo a nuovi composti chimici, geni, proteine, microorganismi ed altri prodotti. Quindi sono studi con applicazioni in industrie farmaceutiche, agricole, cosmetiche e altre applicazioni.

Il processo ha attraversato una rapida espansione negli ultimi anni con l'ambiente marino che ha fornito un enorme serbatoio di risorse genetiche marine (MGR) da esplorare per l'industria. Un recente studio del Stockholm Resilience Center ha rilevato che il 47% dei brevetti associati alle MGR sono state registrate da un'unica società transnazionale (BASF, il più grande produttore di sostanze chimiche al mondo) e il 98% dei brevetti associati alle MGR sono detenuti da entità situate in soli 10 paesi ricchi.

Lo studio ha anche rivelato che una parte considerevole di questi “brevetti marini”  sono relativi a ecosistemi di sfogo di acque profonde e idrotermali. Poiché gli organismi in questi ambienti devono resistere a condizioni estreme (alta pressione, alta o bassa temperatura e alte concentrazioni di composti inorganici) a seconda del loro habitat chiave, la maggior parte di essi hanno sviluppato caratteristiche fisiologiche particolari. Sono questi tratti specifici che sono codificati all'interno dei genomi di questi organismi (spesso chiamati "estremofili") che sono spesso al centro dell'interesse dei bioprospettori. Ad esempio, l'industria chimica, alimentare, farmaceutica, cartaria e tessile è interessata agli enzimi termostabili presenti nelle profondità marine, alcuni dei quali possono resistere a temperature superiori a 90°C.

Sebbene la bioprospezione per MGR offra potenziali benefici socioeconomici, allo stesso tempo rappresenta una significativa minaccia ambientale per gli organismi bersaglio e i loro habitat che possono essere altamente vulnerabili.

Al momento mancano regole chiare che disciplinano l'uso delle risorse genetiche dei fondali marini profondi e vi sono importanti questioni relative all'accesso a tali risorse e alle modalità di distribuzione dei benefici della ricerca o del valore economico.

 

 

 

 


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