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Trattato globale sull'oceano

 

Riconoscendo il continuo declino della biodiversità, l'ondata crescente di impatti e la perdurante assenza di una governance efficace che porti a un approccio frammentario, i paesi del mondo sotto le Nazioni Unite hanno convocato una Conferenza intergovernativa sulla protezione della biodiversità oltre la giurisdizione nazionale. Il suo scopo è sviluppare uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per consentire la protezione della vita marina e degli habitat al di fuori della giurisdizione nazionale. Il primo dei quattro incontri si è tenuto a settembre 2018 e il processo dovrebbe concludersi nel 2020.

 

 

L’importanza dei santuari oceanici

Le crescenti minacce e la preoccupazione per una governance inefficace e frammentata hanno spianato la strada a un'opportunità unica per salvaguardare la vita nelle acque internazionali.

L’obiettivo è creare delle riserve marine completamente protette (santuari oceanici) con l’obiettivo di proteggere gli habitat e le specie, ricostruire la biodiversità degli oceani, aiutare gli ecosistemi oceanici. Il progetto è ampiamente riconosciuto dall’ONU.

Gli scienziati chiedono una protezione completa del 30% dell'oceano entro il 2030, una richiesta approvata da una risoluzione del Congresso mondiale sulla Conservazione della natura (IUCN) dell'International Union for Conservation of Nature nel 2016.

Per salvaguardare l'intero spettro della vita marina, le aree protette devono essere stabilite in modo tale che rappresentino tutti gli habitat e le specie presenti in una regione.

Per sviluppare la rete, è stato diviso l'alto mare in circa 25.000 unità, ciascuna di 100x100 km. Sono stati raccolti i dati biologici, oceanografici, biogeografici e socioeconomici aggiornati a livello globale, come la distribuzione di squali, balene, montagne sottomarine, trincee, bocche idrotermali, fronti oceanici, altopiani, zone biogeografiche, pressione di pesca commerciale, sinistri minerari ecc. e sono stati mappati in un sistema informativo geografico.

 

Esempi del progetto delle aree protette per (a) copertura del 30% e (b) del 50%.

 

 

La rete di tutela dovrebbe estendersi da un polo all'altro e attraverso l'intera estensione degli oceani, incorporando l'intera gamma di habitat, specie e condizioni ambientali specificate.

La risoluzione del Congresso mondiale sulla conservazione del 2016 afferma che la rete di tutela "dovrebbe includere almeno il 30% di ciascun habitat marino". Tuttavia, in pratica, è impossibile raggiungere questo obiettivo con solo il 30% degli alti mari protetti.

Il modello di conservazione prevalente sulla terra e nelle regioni costiere è quello in cui le aree protette rappresentano isole di rifugio in una terra o in un paesaggio marino minacciato dall’uomo. La tutela in alto mare è diversa in quanto si intende produrre una rete di protezione interconnessa con zone integrate all’uso e all’impatto umano.

 

Il mondo oggi sta cambiando molto velocemente e in più modi rispetto al passato. Ciò sta causando cambiamenti imprevedibili sugli ecosistemi. La progettazione di reti di aree protette attorno alle condizioni attuali rischia quindi di fallire in futuro.

I progetti di reti di aree protette devono continuare a fornire la loro funzione protettiva indipendentemente dal futuro. Di fronte a condizioni future incerte, gli investitori costruiscono portafogli per diffondere i rischi. Le reti di aree protette devono fare lo stesso.

 

Il progetto vuole dare spazio anche allo sfruttamento in alto mare, ma in modo controllato.

La pesca in alto mare rappresenta solo il 4,2% del pescato totale ed è limitato ai paesi ricchi ed alle società industriale. Però alcune attività di pesca in alto mare, come quelle dei tonni, sono di importanza globale.

L'istituzione di una rete di santuari oceanici sostituirà lo sforzo dell’industria della pesca a trovare zone produttive ma le flotte verranno reindirizzate nelle zone di maggiore rendimento. Molti dei costi di stabilimento saranno in ogni caso compensati dai guadagni derivanti dalla protezione, come la ricostituzione degli stock ittici e il miglioramento della salute degli ecosistemi.

 

 

L'estrazione in fondali profondi è un'industria emergente che inevitabilmente danneggerà gli ecosistemi vulnerabili degli oceani.

Enormi strati di fondali marini vengono concessi in licenza per l'esplorazione mineraria, molti dei quali in aree con un alto valore di biodiversità.

Ad esempio una multinazionale canadese, la Nautilus Minerals Inc., ha ottenuto dal governo di Papua Nuova Guinea una licenza di vent’anni per sfruttare un tratto di mare di circa trenta chilometri al largo delle coste e a una profondità di 1.600 metri. Il progetto si chiama Solwara 1 ed è già partito con un finanziamento iniziale da 175 milioni di dollari. La prima fase del progetto, nel mare di Bismarck, vedrà il prelievo di 130.000 tonnellate di sedimenti altamente ricchi (5-7 grammi per tonnellata) di oro, senza contare il rame, lo zinco, l’argento e altri minerali preziosi.

Non inserire questi progetti nella rete di salvaguardia potrebbe incidere negativamente sulla capacità di rappresentare la totalità degli ecosistemi e quindi minare gli sforzi per proteggere la biodiversità.

 

L'aumento della pressione umana esercitata in alto mare ha portato ad un rapido e allarmante declino della fauna selvatica e al degrado degli habitat. Non solo queste pressioni sono dannose per il benessere della vita oceanica, ma compromettono la capacità degli alti mari di fornire servizi ecosistemici chiave che ci sostengono tutti, un problema che sarà ulteriormente amplificato dal cambiamento globale. Per scongiurare la crisi incombente dobbiamo attuare una protezione efficace su scala proporzionata e urgente.

La complessità del compito e le necessità di economicità indicano la necessità di un meccanismo globale in base al quale tutti i governi sono collettivamente responsabili della designazione dei santuari oceanici e della messa in atto di misure concrete per proteggerli.

 

 


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