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I primi tentativi di risanare la Terra.

 

 

Quante volte sentiamo parlare di “sviluppo sostenibile”? Agenda 21? Convenzione di Rio? Dove sono nati questi concetti tanto chiacchierati e spesso poco legati alla realtà? Nascono da un evento senza precedenti sia in termini di impatto mediatico che di scelte politiche e di sviluppo conseguenti.

 

Tutto ha inizio con il Summit della Terra, tenutosi a Rio de Janeiro dal 3 al 14 giugno 1992, che è stato la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente e la più grande conferenza della storia per numero di partecipanti. Si riunirono 183 paesi rappresentati da oltre 10.000 delegati ufficiali, un centinaio fra capi di stato e di governo, 15.000 fra ambientalisti e rappresentanti di organizzazioni non governative, esperti, industriali, indios, religiosi, rappresentanti dei movimenti a tutela dei diritti delle donne e giornalisti. 30.000 persone arrivate dai 5 continenti, tutti riuniti per fare per la prima volta collettivamente la diagnosi sullo stato di salute del pianeta e definire un piano d’azione, l’Agenda 21, in modo da affrontare i principali problemi ambientali che, se non controllati, avrebbero portato ad un’emergenza ambientale di dimensioni mai viste entro il 2030.

 

Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. Implica la crescita economica insieme alla protezione della qualità ambientale, che si rafforzano l’una con l’altra. L’essenza di questa forma di sviluppo è un legame stabile tra le attività umane e il mondo naturale, che non diminuisca le prospettive per le generazioni future di godere di una qualità della vita buona almeno quanto la nostra.”, UN Commission on Environment and Development (UNCED).

 

 

I dati messi in risalto in quella occasione furono determinanti per il successivo dibattito sulle questioni ambientali. I paesi più industrializzati, con una popolazione pari al 20% del totale mondiale, consumano circa l’80% delle risorse disponibili. La distruzione delle foreste centroamericane è avvenuta per fare posto agli allevamenti dei bovini da carne destinati alle catene di fast-food, soprattutto nei paesi del Nord del mondo. Il Giappone importa ogni anno circa il 40% del legname che viene tagliato nel mondo per alimentare l’industria della carta e per la fabbricazione di bacchette di legno usa e getta per ristorazione. Anche per quanto riguarda il fenomeno del riscaldamento globale della Terra, le responsabilità non sono distribuite equamente tra il Nord e il Sud del mondo. I paesi industrializzati producono il 78% dell’anidride carbonica accumulata nell’atmosfera, per il 20% attribuibile agli Stati Uniti.

Le guerre civili hanno moltiplicato gli effetti devastanti del cambio climatico. La metà delle popolazioni più povere della terra vive in zone rurali ecologicamente fragili. Nei paesi andini e nell’Himalaya gli agricoltori disboscano i contrafforti delle montagne aumentando l’erosione dei terreni e i rischi di valanghe; nell’Africa subsahariana le terre vengono coltivate fino al loro esaurimento e l’allevamento e la ricerca di legna da ardere accelerano la deforestazione. Desertificazione ed erosione dei suoli sono le manifestazioni più visibili e più inquietanti di una degrado amplificato dalla crescita demografica e dall’espansione dell’agrobusiness.

Il principale progresso teorico prodotto dal Summit della Terra è stato quello di legare indissolubilmente ambiente e sviluppo. La conseguenza di questa consapevolezza teorica è che la lotta contro la povertà e contro il degrado dell’ambiente sono due requisiti complementari e obbligatori di qualsiasi politica di sviluppo.

La crescita della popolazione obbliga le famiglie a disboscare per creare nuovi terreni agricoli e a non rispettare i tempi di riposo biologico dei terreni già sfruttati. La moltiplicazione delle colture tropicali intensive, e delle concessioni per lo sfruttamento del legname e dei minerali, è una scelta obbligata per i paesi più indebitati, che soltanto in questo modo possono incamerare valuta pregiata. L’agricoltura commerciale inquina i terreni con l’uso intensivo di pesticidi ed erbicidi, provocando inoltre l’espulsione dei contadini verso le zone con minor tasso di produttività o più difficili da raggiungere. La povertà accresce il degrado dell’ambiente, che a sua volta impoverisce di più la popolazione. Il disboscamento accelera la sterilizzazione delle terre, mettendo in pericolo il lavoro di intere comunità. Sono le donne, che producono il 50% dei prodotti di base dell’alimentazione domestica, le più danneggiate da un ambiente rurale compromesso. Alcuni tipi di inquinamento aumentano vertiginosamente con la povertà. Nei paesi a basso reddito, l’acqua rappresenta la principale fonte di malattie e mortalità.

Alla luce di queste riflessioni, dal Summit della Terra era auspicata la redazione di una serie di documenti che gettassero le basi di un impegno a livello mondiale sulle tematiche sopra esposte e soprattutto la stesura di una Carta della Terra  : una sorta di costituzione ecologica mondiale di base per l’ulteriore sviluppo sia del diritto che degli ordinamenti interni dei vari Stati relativamente alla materia ambientale.

Le visioni contrapposte impose che la Carta non avesse un vincolo giuridico ma semplicemente una dichiarazione di intenti politici per un futuro ancora da definire.

Il Summit della Terra del 1992 ha innescato l’avvio dello sviluppo sostenibile nelle politiche mondiali, ma, in realtà, il fronte del cambiamento delle politiche e delle culture è avanzato con fatica e con risultati contraddittori.

Negli anni successivi è stata registrata una governance  dello sviluppo sostenibile molto debole e incapace di imporsi nella società civile. 

Nel summit tenutosi 20 anni dopo (Rio+20) è stato dichiarato che l’Agenda 2030 rappresentasse l’ultima possibilità per portare il mondo su un percorso sostenibile.

 

 

Anche se sono passati molti anni i problemi urgenti che mettono a rischio gli equilibri della biosfera non sono cambiati.

Il biossido di carbonio, o anidride carbonica, ha raggiunto concentrazioni eccessive e con il contributo di altri gas (ossidi di azoto (NOX), cloro-fluorocarburi (CFC), metano (CH4), ecc.) rischia di far aumentare l’effetto serra e cioè il riscaldamento dell’atmosfera, avendo come conseguenza ultima la fusione delle calotte polari e quindi l’innalzamento del livello dei mari .

Il buco nello strato protettivo di ozono (O3) è sempre presente sull’Antartide e recenti osservazioni hanno registrato un peggioramento anche nello strato protettivo sul Polo Artico.

Ogni anno si verifica la distruzione di circa 15 milioni di ettari di foreste, in prevalenza foreste tropicali, con danni incalcolabili all’equilibrio ecologico e con la cancellazione di vasti e irriproducibili archivi della natura, con modificazioni negative sul clima del Pianeta.

L’impoverimento delle varietà biologiche nel mondo va avanti al ritmo di quattro specie all’ora ed interessa, oltre agli insetti ed i vegetali, anche gli animali di dimensione più grande.

La desertificazione minaccia un terzo delle terre emerse e procede con un ritmo di sei milioni di ettari all’anno.

Anche un elenco non esaustivo dei danni, come si vede, rende un quadro veramente catastrofico che evidenzia un processo distruttivo della Natura, dei suoi equilibri, dei suoi cicli fisici, chimici e biologici.

L’attività dell’uomo, che si è svolta e si svolge su programmi tecnocratici, finalizzati ad obiettivi isolati e redditizi a breve termine, attuati con tecnologie sempre più potenti e determinate dalla logica del profitto del gigantismo economico ed industriale ha determinato e continua a determinare un impatto tecnologico-industriale sulla biosfera di totale e rapidissimo degrado.

In altre parole, il degrado inizia ad essere irreversibile. Occorre risanare la biosfera per salvare la specie che la sta distruggendo: l’uomo.

 

 

 

 


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