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Il disgelo del permafrost non provoca solo l’aumento del livello dei mari ma anche un rilascio di carbonio nell’atmosfera e di batteri sconosciuti.

 

 

Il permafrost è un suolo con temperature pari o inferiore a 0°C e tale condizione è presente da almeno due o più anni. Alcune aree di permafrost assorbono abbastanza calore in estate da lasciare lo strato superiore del suolo, chiamato strato attivo, scongelare temporaneamente consentendo alle piante di crescere e agli animali di trovare cibo. Sotto questo strato, il terreno rimane ghiacciato.

Con l'aumento delle temperature il permafrost si scioglie e il suolo diventa umido e paludoso. Il materiale organico presente in questi terreni marcisce e vengono rilasciate grosse quantità di anidride carbonica nell’atmosfera. In queste condizioni climatiche vengono rilasciate anche grosse quantità di metano, un potente gas serra.

 

Gli indicatori del cambiamento climatico: il permafrost

 

Alcuni studi stimano che il terreno ghiacciato dell'Artico contiene 1700 miliardi di tonnellate di carbonio, che la rende la più grande riserva continentale .

Con il riscaldamento in atto dalla seconda metà del ventesimo secolo, il permafrost ha iniziato a sciogliersi, e i batteri presenti nell’acqua sono in grado di convertire il carbonio in biossido di carbonio (CO2) e metano (CH4). Questi due gas possono aumentare il riscaldamento globale.

Si è scoperto che questo non è l’unico problema provocato dallo scioglimento del permafrost.

Il riscaldamento globale progredisce in Russia a ritmi due volte e mezzo superiori a quelli del resto del mondo. Gli scienziati russi che studiano il problema sono molto preoccupati. Lavorando a Jakustk, la città della Siberia nella quale d’inverno il termometro scende fino a –60°C, hanno scoperto che lo scioglimento del permafrost sta liberando nell’aria spore e batteri rimasti congelati per migliaia di anni.

Tutto è nato per caso, quando si è discusso che cosa fare di un’area della città nella quale, in passato, erano stati condotti esperimenti con l’antrace. L’idea di realizzare una pista di pattinaggio è stata respinta proprio perché si è scoperto che il batterio Bacillus Anthracis che era rimasto per anni congelato nel ghiaccio, si è riattivato con lo scioglimento del permafrost che lo conteneva.

L’antrace si sta diffondendo nella Jakuzia proprio a causa del riscaldamento globale che ne libera le spore nell’atmosfera. Nelle regioni del Nord è conosciuto come la Peste siberiana che stermina gli animali e colpisce anche l’uomo. La sua diffusione è facilitata dal fatto che la Jakuzia ha quasi 14 mila cimiteri di renne lungo i percorsi delle migrazioni. Dalle carcasse scongelate si liberano batteri che tornano in vita, diffondendosi nell’aria.

Il permafrost della Jakuzia è spesso qualche centinaio di metri, ma si sta assottigliando di 5 centimetri l’anno. Nel 2006, durante l’estate, la temperatura ha toccato i 35 gradi, liberando dal suolo batteri, metano e altri gas serra. A causa dello scioglimento del permafrost il terreno è diventato cedevole, le case crollano e persino le tubature di gas e petrolio si spezzano con frequenza. La regione è inoltre bucherellata da crateri creati da esplosioni spontanee di metano, il più grande dei quali, lungo 800 metri, è stato chiamato Porta dell’inferno.

 

 

 

 

È noto che all'interno del permafrost è presente un numero significativo di microrganismi antichi e vitali e sono stati isolati in entrambe le regioni polari. Sono state rinvenute cellule che risalgono fino a circa 3 milioni di anni nell'Artico e circa 5 milioni di anni nell'Antartico. Sono le uniche forme di vita che hanno mantenuto la redditività rispetto al tempo geologico. Lo scongelamento del permafrost rinnova la loro attività fisiologica ed espone la vita antica agli ecosistemi moderni. Pertanto, il permafrost rappresenta un complesso fisico-chimico stabile e unico, che mantiene la vita incomparabilmente più a lungo di qualsiasi altro habitat conosciuto. Se prendiamo in considerazione la profondità degli strati di permafrost, è facile concludere che contengono una biomassa microbica totale molte volte superiore a quella della copertura del suolo. Questa grande massa di materia vitale è peculiare solo del permafrost.

C’è grande preoccupazione nelle zone dell’estremo Nord, dove sono tornati in vita virus del vaiolo e dell’influenza Spagnola. Dai resti di un mammut è stato riattivato un batterio vecchio di 20.000 anni e dal ghiaccio antartico ne sono stati recuperati altri dormienti da otto milioni di anni, che il nostro organismo non riconosce e potrebbe non essere attrezzato a combattere.

In uno studio del 2005, gli scienziati della NASA riuscirono a far rivivere i batteri che erano stati racchiusi in uno stagno ghiacciato in Alaska per 32.000 anni. I microbi, chiamati Carnobacterium pleistocenium, erano stati congelati dal periodo Pleistocenico, quando i mammut lanosi ancora vagavano sulla Terra. Una volta che il ghiaccio si sciolse, iniziarono a nuotare, apparentemente inalterati.

Due anni dopo, gli scienziati riuscirono a rianimare un batterio di 8 milioni di anni che giaceva inattivo nel ghiaccio, sotto la superficie di un ghiacciaio nelle valli di Beacon e Mullins in Antartide.

 

Non tutti i batteri possono tornare in vita dopo essere stati congelati nel permafrost. I batteri dell'antrace possono farlo perché formano spore, che sono estremamente resistenti e possono sopravvivere congelate per più di un secolo.

Altri batteri che possono formare spore, e quindi che potrebbero sopravvivere nel permafrost, includono il tetano e il botulino di Clostridium, il patogeno responsabile del botulismo: una malattia rara che può causare paralisi e persino risultare fatale. Anche alcuni funghi e alcuni virus possono sopravvivere a lungo nel permafrost.

In uno studio del 2014, un team guidato da Claverie ha fatto rivivere due virus che erano stati intrappolati nel permafrost siberiano per 30.000 anni. Conosciuti come Pithovirus sibericum e Mollivirus sibericum , sono entrambi "virus giganti", chiamati così perché a differenza della maggior parte dei virus sono così grandi da poter essere visti con un normale microscopio. Una volta che furono rianimati, i virus divennero rapidamente contagiosi. Fortunatamente per noi, questi particolari virus infettano solo amebe monocellulari. Tuttavia, lo studio suggerisce che altri virus, virulenti per gli esseri umani, potrebbero essere rianimati allo stesso modo.