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Il Brasile e la rete

Il Brasile tra agricoltura intensiva e biodiversità.

 

 

Il Brasile è tra i più grandi produttori agricoli del mondo e la sua attività agroindustriale è prospera. La sua partecipazione all’EXPO ha lo scopo di mostrare le sue capacità agricole esaltando il concetto di Paese che nutre il Mondo grazie al fatto che è un forte esportatore di prodotti agricoli.

Il padiglione del Brasile ha fatto molto successo grazie alla realizzazione di una grande rete elastica sospesa sopra la ricca vegetazione tipica del Brasile, accoglie i visitatori invitando i più piccoli (ma non solo) a percorrerla per raggiungere l’interno del padiglione. Flessibile e fluida la rete è la metafora dei diversi fattori che, integrati e combinati fra loro, fanno del Brasile uno dei leader mondiali nella produzione alimentare. Per molti, soprattutto per i più piccoli, è risultato essere un divertimento, una giostra.

Fornitore di prodotti alimentari e agricoli che valgono il 43% delle esportazioni totali del paese, durante gli ultimi 20 anni il Brasile ha concentrato i propri sforzi in materia di ricerca e sviluppo nei campi della nanotecnologia, dell’agricoltura sostenibile e dell’agro-energia. Il percorso interno illustra tre aree tematiche: tecnologia, cultura e condivisione, ovvero i pilastri del concept portato a Expo 2015 dal Brasile: “Sfamare il mondo con soluzioni”.

Quello che non si coglie dal padiglione, purtroppo, è far comprendere al visitatore che il Brasile non è importante solo per la sua agricoltura ma anche per le foreste che sono il polmone del mondo.  

Il Paese affronta il tema “ Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” mostrando la sua capacità tecnologica in ambito agricolo volte ad estendere la produzione di cibo e le relative esportazioni, nonché a soddisfare le esigenze della società senza svalutare la risorsa più importante del Paese.

Il Brasile produce il 10 per cento del reddito brasiliano, ed occupa soprattutto i territori pianeggianti della costa atlantica. Le coltivazioni principali sono il caffè, di cui è primo esportatore al mondo, la soia (secondo dopo gli Stati Uniti) e il frumento (specie nel Sud), ma anche riso, mais, canna da zucchero e cacao. La contraddizione del paese è che la produzione è in prevalenza rivolta all'esportazione, e ciò obbliga ad importare derrate alimentari per far fronte al fabbisogno alimentare interno, forse dimenticando i concetti di sostenibilità e Km zero.

L'agricoltura del Brasile presenta ancora strutture perlopiù di tipo coloniale: l'1% dei proprietari possiede il 40% dei terreni coltivabili, organizzati in grandi proprietà fondiarie in cui si pratica per lo più l'allevamento estensivo, oppure aziende capitalistiche dedite all'agricoltura di piantagione. Esistono anche i minifundos, piccole proprietà gestite da agricoltori più poveri e coltivate a mais, riso, manioca e frumento.

Dal padiglione si percepisce la volontà del Brasile di continuare nello sviluppo dell’agricoltura intensiva prendendosi l’impegno a sfamare il mondo mentre non si percepisce la volontà di salvaguardare un patrimonio che è di tutti: le foreste, la biodiversità.

Passa nel completo silenzio uno dei problemi fondamentali del nostro pianeta: la deforestazione nell'Amazzonia brasiliana ha ripreso a crescere. A settembre 2014, secondo i dati satellitari forniti dall'organizzazione no profit Imazon, sono stati rasi al suolo ben 402 km quadrati di foresta, il 290% in più rispetto allo stesso mese del 2013, per destinare il terreno ad altro uso. Da agosto a settembre 2014 i chilometri quadrati persi sono stati 838, pari a un incremento del 191% su base annua.

 

Questo grafico traccia l'impronta ecologica per persona e biocapacità in Brasile dal 1961. Entrambi sono misurate in ettari globali. Biocapacità per persona varia ogni anno con la gestione degli ecosistemi, pratiche agricole (come l'uso di fertilizzanti e irrigazione), il degrado degli ecosistemi, e del tempo, e le dimensioni della popolazione. Footprint per persona varia con importi di consumo e l'efficienza produttiva. (Global Footprin Network)

 

Negli ultimi 50 anni, come più volte denunciato dal WWF e dalle altre associazioni ambientaliste, la foresta amazzonica  ha perso un quinto della sua superficie. L'area forestale dell'Amazzonia si trova per il 60% in Brasile, dove per otto anni consecutivi, fino al 2012, la deforestazione ha mostrato un decremento. Nel 2013, invece, il tasso di disboscamento ha registrato un +29% annuo, un'inversione del trend confermato anche nel 2014.

La storia del Brasile è sempre stata marcata da cicli economici fortemente legati allo sfruttamento del suolo e delle risorse naturali. Agricoltura e allevamento in particolare sono perni centrali dell’economia brasiliana sin dai tempi coloniali e oggi questo paese si presenta sui mercati internazionali soprattutto come una superpotenza del settore agroindustriale, che contribuisce a circa un terzo del PIB, al 40% delle esportazioni e al 30% degli impieghi.

La crescita di questo paese a livello agricolo è stata accompagnata da crescenti critiche internazionali contro il deterioramento di ambienti naturali fino ad allora scarsamente antropizzati. Le dinamiche che hanno portato all’avanzamento della frontiera agricola a scapito della foresta sono inizialmente legate all’erogazione di sussidi governativi e alla speculazione terriera. Negli anni ’60 e ’70 l’occupazione di nuove terre è avvenuta per una precisa politica di colonizzazione, secondo un modello di sviluppo e di integrazione della regione amazzonica basato su grandi investimenti in infrastrutture e incentivi fiscali per convertire vaste aree di Cerrado e di foresta in pascoli e coltivazioni. Si assiste così alla penetrazione nell’interno del paese di tecniche agricole inadeguate alle caratteristiche di questa regione tropicale, all’affermarsi di una prassi predatoria delle risorse naturali totalmente incurante delle conseguenze socioambientali.

Negli anni ’80 e ’90 la riduzione degli investimenti pubblici dovuta alla recessione economica è stata ampiamente compensata dalla forte crescita dell’agrobusiness, dell’allevamento, dell’industria del legno e dei meccanismi speculativi sulle terre pubbliche. Il costante sviluppo tecnologico ha permesso di espandere oltremisura le quote produttive di alcuni prodotti, come le oleaginose, fino a raggiungere una posizione di elevata competitività internazionale, ma generando anche una forte spinta all’occupazione di nuove aree. Gli investimenti pubblici nella regione amazzonica riprendono dalla metà degli anni ’90 con programmi governativi. Gigantesche campagne di investimento che sono state da molti criticate per le conseguenze potenzialmente devastanti sull’ambiente, in particolare nelle aree che gravitano attorno all’apertura di nuove strade. Queste infatti rendono viabile l’estrazione di legname in nuove aree di foresta e accelerano il percorso di conversione in pascoli e campi coltivati.

Oggi le forze che influenzano i fenomeni di deforestazione in Amazzonia sono complesse e variamente interrelate: meccanismi corruttivi; investimenti pubblici per infrastrutture; l’espansione dei piccoli insediamenti rurali in attuazione della Riforma Agraria; investimenti privati di grandi imprese straniere e nazionali per il mercato d’esportazione; criminalità ambientale legata al commercio del legno e alla speculazione terriera; impunità diffusa dovuta alla lentezza dei processi amministrativi, investigativi e giudiziari.

La svolta economica dei governi Lula è stata accompagnata da altri vigorosi programmi che hanno supportato il rilancio dell’economia brasiliana attraverso una serie di investimenti in ambito prevalentemente infrastrutturale, con lo scopo di integrare fasce di popolazione e aree marginali del paese nell’economia nazionale e internazionale. Gli interventi che ne sono derivati hanno avuto certamente degli effetti positivi, ma hanno anche riproposto un modello di integrazione ancorato alla logica quantitativa “più infrastrutture = più sviluppo = più ambiente”, ma in definitiva hanno avuto scarse ricadute sulle popolazioni locali e impatti ambientali non controllati.

L’Amazzonia, area storicamente marginale nell’economia brasiliana, costituisce da almeno una ventina d’anni la frontiera economica su cui investire grazie al boom delle esportazioni e ai rinnovati accordi politico-economici con gli altri paesi del Sud America.

Le pratiche di occupazione della regione amazzonica tendono ad alimentare un’economia locale che segue il modello “boom-collasso”: c'è un boom economico nel corto periodo con una rapida produzione di capitale, indicatori economici in crescita, finché le risorse disponibili lo permettono; poi la situazione comincia a peggiorare e in mancanza di azioni correttive si può arrivare al collasso, quando cioè degrado e sfruttamento inadeguato portano all’impoverimento definitivo di un’area.

Che si tratti di cambiamento del regime climatico regionale, di desertificazione, di precarizzazione e inquinamento delle risorse idriche, di perdita di biodiversità o impoverimento dei suoli, il degrado ambientale ha gravi conseguenze soprattutto su chi dipende direttamente dalle risorse naturali, come i gruppi indigeni, le popolazioni tradizionali, i piccoli agricoltori.

Ecosistemi costruiti in migliaia di anni vengono così trasformati in pascoli mal sfruttati o in monocolture inadatte a terreni che impoveriscono troppo rapidamente e che richiedono quindi un uso crescente di agrotossici, con l’aggravio ulteriore del danno ambientale. 

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